“A DIRTY AGNUS for the PEPSI-HELIUM-APOCALYPSE” _ HELIUM

Il frizzo elettronico degli HELIUM sa ancora di legno e non strizza l’occhio al trip-hop, figuriamoci al glam! Non sa però che farsene del grunge cattivo; sì più tronco (per drums & lyrics) della “falegnameria poetica” di Carver che, seppur precursore dello sfacelo anni ’90, già schiattava nell’88 americano. Così il loro post-punk – se ancora si può dire senza vomitare – schiattò morbidamente prima di sapersi affamato; eccolo aggirarsi come uno zombie su scarpette di cristallo nella stanza dove ascolto e scrivo. Architetture-musicali-calanti più Plexiglas degli Scisma. Scream in cassetta mandato al contrario. Gli Helium vanno a crollo d’angelo sul fine inverno di una Psychocandy infinita ma senza wave sintetica. Troppo lontani i muri sonori dei Sonic Youth. Blu(es) di gesso scomparso un po’ sulla lavagnetta-chitarra che suonicchia di antipatiche equazioni in bianco. Non son mica sottili quanto i Low! Noise-pop, allora? Forse. Comunque, Mary Timony canta peggio dell’irritante Liz Phair degli esordi. No-Ero Courtney all’asilo, senza Love e sigarette! THE DIRT OF LUCK, 1995. 12 tracks, ladies and gentlemen! Applausi nella Vanity Fair della codardia; il successo non è che un gran culo sporco. (Dopo un bel ruttino alla pepsi). Perché dirt è anche terra e da piccoli ci si sbuccia le ginocchia mentre vien su la merenda. 1. PAT’S TRICK: «Dirt […] Seed […] Pirate band […] Fighting with my hands»! Punk distillato in ampolle meanstreaming, di heavy solo il basso se si dimentica tutto. Distorsore su onomatopeiche e parole brutte sussurrate all’ora del catechismo. 2. TRIXIE’S STAR: marcia a fatica il beat che non “beatta” sul collasso un pò “alternative dream”. TV and «Tiny star above». Come dire ancora da una parte Dirt e dall’altra Luck. Quanto sogno americano scintilla nello schermo più scudo della calotta celeste imbrattato di chimere! «CRUISING AND SHOOTING AND FUCKING LIKE STAR KIND A MOVIE». Ho in bocca il giallo chimico del Solero. Mary è Paola o Chiara quando canta «VITA NUOVA»? 3. SILVER ANGEL: silly piano con scatto di carillon alla “Tourette”, anticipa dei Dresden dolls il punk-cabaret! «I AM THE EARTH it’s not something that I know»; se si ha non si sa. Anarco-soul. Biòs di una ragion d’essere che risuona in motivi non motivazionali. Ali ali ali! Vola la prossimità di mondi opposti che si scambiano ad incrocio le sfighe naturali senza missare; «I know i’m not so wise or half of able as your angel size». Il cielo con la verga di pulviscolo lucido, la terra con la falla di piume e vento. 4. BABY’S GOING UNDERGROUND: sullo sfondo più aperto delle chitarre chiare si staglia lo xilofono aguzzo sino la batteria cavalcante che sarà dei primi Arcade Fire. Poi, Noise e Noia. «Maybe someday we’ll get back, get back the rock life and the hearth attack». Hopefull or hopefool? That’s the problema! Arriva MEDUSA (5) e lo schema si ripete come il gusto-non-gusto delle Brooklyn, quelle turchine con la carta-sbriluccico, che se facevi a metà addio! Stessa cosa per SKELETON (7): drum-line ad orologetti sorridendo solo perché mi ricorda la scena di Pinocchio. TIC TAC TOC! Dall’accenno dei synth in 8. SUPERBALL (ma sembra il flauto dolce delle medie) a 9. ALL THE X’S HAVE WINGS (Mary ci prova col suo falsetto-disastro) è uno spadellare cosmico. Sino a che non mi ingozzo di trash-music con la “Chinatown humburger” ed i “tamburi marziali” di OH THE WIND AND RAIN (10): tra atmosfere folk e un’aria da parabola manga, la storia di una sventurata annegata in un ruscello. La brutta copia di Dreadfull wind and rain. Ascolto distrattamente la ballata 11. HONEYCOMB, ritratto sporco in slow-valium-motion (di cui, oggi, magistralmente la pop-anaL Del Rey!) scimmiotta – forse con coscienza – il county-folk canadese. Salvo, in corner, due perle: 6. COMET#9 e 12. FLOWER OF THE APOCALYPSE. La prima: bonsai di brivido all’Argento in 2 minuti e 9 secondi. Muto (no lyrics) solo stridenti passeggiate per la Torino-ancora magica-degli ’80 nel triangolo rosso di chi Non Ha Sonno. E poi mi ricordo della Tyler in gonnella, a pieni nudi col walkman, per sega-Bertolucci-spazzatura-‘teen! Io, invece, “mi sballo da sola” with “HELIUM APOCALYPSE” (12): Lakonìa convertita in violini numerici e pre-visioni bitcoin(iche) per la messa in latino delle distrazioni radio. Ma in quanti si canta, se poi la musica è buia e la batteria trattiene il tempo perso?
«Agnus dei, qui tollis […]
dona nobis pacem
benedictus qui venit in nomine domini».

There’s an old cherrywood/ crucifix up on the wall in a corner of the room:/ Christ hanging on his cross, of course, what else?/ The torturers were human, after all, yes?

Sure, Carver
Here I am
What a wonderful end!


  1. Pat’s Trick
  2. Trixie’s Star
  3. Silver Angel
  4. Bay’s Going Underground
  5. Medusa
  6. Comet #9
  7. Skeleton
  8. Superball
  9. All The X’s Have Wings
  10. On The Wind And Rain
  11. Honeycomb
  12. Flower Of The Apocalypse
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