“Thaoma” _ ALDA

“Behold this compost! behold it well! Perhaps every mite has once form’d part of a sick person—Yet behold! […] Now I am terrified at the Earth, it is that calm and patient, It grows such sweet things out of such corruptions, It turns harmless and stainless on its axis, with such endless successions of diseas’d corpses, It distills such exquisite winds out of such infused fetor, It renews with such unwitting looks its prodigal, annual, sumptuous crops, It gives such divine materials to men, and accepts such leavings from them at last. Walt Whitman, ‘This Compost’ ”

A proposito della mostra itinerante BODY WORLD - un’affascinante collezione di veri cadaveri dissezionati, messi in posa e plastificati dall’anatomopatologo Gunther von Hagens - Paul Virilio scrisse, nel suo L’Incidente del Futuro: «S’impone la continuità evolutiva di una cultura di tipo sadiano, anch’essa un doppio nevrotico della religione del progresso. La pop art […] avrebbe ceduto il passo ai corpi plastificati di un ultimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo […] Senza origine, senza domicilio, senza identità, al di là dell’obitorio e della fossa comune» (Paul Virilio, L’Incidente del Futuro, Mimesis, Milano 2002, p.81). Come dimostra questo breve passaggio, per di più tratto da un testo relativamente recente, il “nichilismo della tecnica” e la “volontà di potenza delle scienze applicate” sono ormai divenuti due tra i più importanti luoghi comuni del pensiero occidentale. Questa forma di saggezza tecnofobica (che in Virilio ha trovato uno dei suoi esponenti più profondi), unitamente al recente revival primitivista, rappresenta anche uno dei fondamenti filosofico-spirituali della cosiddetta scena “della Cascadia” - una miscela di black metal, attitudine punk DIY e mindset anti-tech e anti-civ. Ciò che tuttavia distingue questo interessante movimento post-ecologista dai suoi predecessori New Age, eco-reazionari e anarco-primitivisti, è una morbosa attenzione nei confronti della morte, della decomposizione, dell’estinzione delle specie umana e dell’irruzione della natura selvaggia nella sfera antropica. “Al di là dell’obitorio e della fossa comune”, del tecno-nichilismo capace di consegnare il cadavere all’anonimato dell’opera pedagogico-decorativa, si estende un insidioso territorio di puro orrore: l’estetica radicale del cadavere|carcassa, abbandonato nel profondo del bosco o negli oscuri anfratti di un crepaccio. Un’immagine che condensa e veicola la potenza di un nichilismo neo-romantico che ha barattato il concetto di “suolo patrio” in favore dell’umido terriccio di una foresta temperata. Per citare i Wolves in the Throne Room - tra i fondatori del sound cascadiano - “I will lay down my bones among the rocks and roots” (“adagerò le mie ossa tra le rocce e le radici”, in Two Hunters, Southern Lord Records 2007). :Thaoma:, secondo full lenght degli statunitensi Alda e opera chiave della scena della Cascadia, si preoccupa fin da subito di introdurre visivamente l’ascoltatore all’“organicità” di quest’opera musicale e allo spirito neo-romantico del movimento. La meravigliosa copertina dell’album, a opera di Merlekdae (Aka Naomi Korchonnoff), ci accoglie immediatamente attraverso un suggestivo faccia a faccia subacqueo con un gruppo di salmoni rossi, sovrastati dalla glaciale sagoma di un monte. Dopo qualche istante, l’occhio viene attratto da un macabro particolare: nell’angolo sinistro del dipinto, confuso tra le rocce levigate del letto del fiume, giace dimenticato un teschio umano. La presenza antropica viene (letteralmente!) ridotta all’osso, manifestando il paradosso di una presenza percepibile unicamente nella sua piena assenza (postmortem). In un’intervista concessa nel 2015 al blog The Fleeting Nature of Forms la band ha affermato: «Scriviamo a proposito della morte e dell’incertezza, di come la paura dell’ignoto, comune a tutti gli esseri umani, ci abbia condotto a isolarci dal mondo naturale. Alcuni dei nostri brani trattano della storia di questa terra, altri dei nostri antenati, altri ancora delle catastrofi coloniali». Se, da un lato, l’essere umano “contamina” e “annienta” gli ambienti selvaggi e le popolazioni minoritarie (umane e non umane), dall’altro, è proprio egli stesso a essere “contaminato” e “annientato” dalla devastazione degli habitat dai quali dipende per sopravvivere. È per questo motivo che il folk black metal degli Alda riesce a far collidere splendidamente il sottogenere più estremo, inumano, selvaggio ed evocativo dell’heavy metal con il tradizionale umanesimo della musica popolare. Ciò che resta del canto, del suono e del corpo stesso dello strumento “folk” combacia perfettamente con ciò che rimane del territorio che li ha attivamente prodotti: nulla, assolutamente nulla. Il folk cascadiano - al contrario del folk celebrativo e super-territoriale del black metal scandinavo - è il fantasma di un’umanità estinta, divorata dalla sublime potenza della natura selvaggia. Nient’altro che un flebile ricordo, proveniente da un futuro lontano. Come recita la traccia di apertura dell’album, “In the Wake of an Iron Wind”: «Gazing into the well of memory / We saw mountains in our bones / And rivers in our blood / From the forest to our flesh, a mirror / Of granite, cedar and fir». Un implosione totale dell’umano nell’inumano, un discioglimento della forma nell’informe - un caleidoscopico collasso barocco. «Siamo humus, non Homo, non anthropos; siamo compost, non postumani» (Donna Haraway, “Tentacular Thinking: Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene”, traduzione mia, E-flux #75, settembre 2016).

  1. In the Wake of an Iron Wind
  2. Adrift
  3. Tearing of the Weave
  4. Shadow of the Mountain
  5. Wandering Spirit
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