“Hardcore will never die, but you will” _ MOGWAI

Hardcore Will Never Die, But You Will”, album figlio dei Mogwai, nato il 14 Febbraio 2011, san Valentino, è quello che ho più sentito di portarvi. Lo amo a partire dal titolo che trovo intelligente per tre motivi: uno hanno usato la virgola benissimo, due dicono la parola morte e tre dicono una verità.

Il fatto poi che per la maggior parte dell’album evitino l’utilizzo della parola rende ancora più importante questo titolo, che è la dichiarazione dell’intento che non vorranno più puntualizzare. Questa necessità di sostanza che trasuda dalla loro musica mi ha resa indifferente nei confronti dei loro corpi, volti, occhi, nomi, mani.

Li ho ascoltati per caso su YouTube la prima volta, più o meno, quattro anni fa. Da allora non ho più smesso. Ascolto album interi e più spesso pezzi sparsi e proposti in automatico. La loro musica ti porta altrove e, come ho già detto, ti dimentichi di loro come persone e non ne sei curioso. Infatti la verità è che ho scoperto ieri la provenienza del gruppo: Glasgow, Scozia. Assieme a questo dato c’era l’anno della formazione: 1996: a quel tempo avevo quattro anni perciò siamo quasi coetanei. Se fossero un’unica persona potremmo essere amici. La immaginavo come una donna bellissima e funerea, piena di vita nello sguardo. E invece, ieri appunto, ho visto i loro corpi ovvero cinque maschi: le dita di una mano.

Non è cambiato niente per me a parte ricordarmi quanta arte possa attraversare le vite terrene, ctonie di chi ha un rapporto privilegiato con il divino e lo mostra perché non può farne a meno.

Anche se non siamo amici e non ci conosciamo i Mogwai mi tengono molta compagnia e sanno farsi ascoltare. È uno scambio passivo di informazioni, emozioni, sguardi e passi. Un viaggio per la città o una ninna nanna prima di addormentarsi o lanciare i piatti contro il muro e dopo lasciare tutto com’è.

Faccio fatica a parlare solo di questo album; quello che sto dicendo lo penso della loro musica in generale, ma ci sono due brani in particolare che potrei puerilmente sentirmi libera di definire i miei preferiti e si trovano qui in “Hardcore Will Never Die, But You Will. I Mogwai mi ricordano che sono mortale, lo dicono forte e chiaro e, proprio per questo, mi portano in un posto di assoluto silenzio. Mi aprono al totale ascolto e iniziano un discorso di dieci tracce, le dita di due mani, che sono: accenti, alti e bassi, sbalzi di umore organici, battiti del cuore e sudori e umori umidi. Questo è il primo dei due CD. Il secondo, il lato b delle vecchie audiocassette, è tutto per lei che è immensa e si circoscrive in 23:09 minuti.

Le mie canzoni preferite sono appunto:

Music For a Forgotten Future”: è un figlio unico tra i suoi brani fratelli. Ha una stanza tutta per sé mentre gli altri si dividono la casa in dieci. Credo che tutto questo significhi qualcosa o, per lo meno, non debba passare inosservato. Questo brano ha per titolo la dichiarazione di un’intenzione ambiziosa e sincera: il tentativo di ricordare il futuro dimenticato, l’evocazione di un momento preciso, ma che non sappiamo definire, di cui sentiamo la mancanza. Quel desiderio collettivo di rivivere l’età dell’oro e vedere riemergere Atlandite. Evidentemente questo titolo e questo brano hanno la forza da soli di dialogare direttamente con tutto il resto dell’album, considerando che anche per ascoltarlo è necessaria la pausa fisica del cambio del disco. Un gesto apparentemente inutile, casuale che invece porta la risposta a tutto quello che è stato detto prima. Per me resta un brano definitivo nel senso che amo ascoltarlo alla fine, perché sento una risposta che non saprei definire, una speranza perché dimenticare qualcosa che non c’è ancora stato è di per se ammettete che la profezia esiste.

E “Rano Pano”: è invece il pezzo più graffiante, disturbane, dispettoso del primo CD. Sarebbe il figlio che alza la voce, che attira l’attenzione e vuole tutto e subito. Questo è l’altro brano che amo perché ha un’anima infantile e giocosa senza giudizio. È semplicemente quello che è. Un capriccio fatto da un bambino vestito elegante fuori da messa che ammicca ad una pozzanghera fangosa prima di saltarci dentro e inzaccherarsi fino ai capelli.

Da notare “You’re Lionel Ritchie”: l’ultimo brano del primo disco. Ci tengo a dire che ha un intro in italiano parlato, un naturale richiamo della favola mitica del canto lirico. L’italiano viene studiato da diversi artisti perché è bello da cantare e loro invece lo mettono come intro letto, parlato lento. Un momento inaspettato e senza giustificazione che mi emoziona ogni volta per ovvi motivi di appello a fare la linguaccia, italiana.

La copertina è una foto di Antony Crook che non conoscevo assolutamente prima di questo disco.

La città che emerge dalla nebbia a sinistra, oggi.

La nebbia a destra che fa intravedere un ricordo sfumato, un futuro, un passato, non si sa. Proprio per questo ci interessa ed è lì che ci perdiamo e ci prendiamo il tempo di non fare.

Vi invito a muovervi per inerzia coscientemente mentre ascoltate questo album dei Mogwai.

  1. White Noise
  2. Mexican Grand Prix
  3. Rano Pano
  4. Death Rays
  5. San Pedro
  6. Letters To The Metro
  7. George Square Thatcher Death Party
  8. How To Be A Werewolf
  9. Too Raging To Cheers
  10. You’re Lionel Ritchie
  11. Music For A Forgotten Future
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