“I Hate my Village” _ I HATE MY VILLAGE

Alle prime luci del 2019 – il 18 Gennaio, per essere precisi – è uscito per La Tempesta dischi l’album degli I Hate My Village, formazione nata dall’incontro artistico tra alcuni dei nomi più rilevanti del panorama alternativo italiano degli ultimi decenni: Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion, chitarra), Fabio Rondanini (Calibro 35 e Afterhours, batteria), Alberto Ferrari (Verdena, voce) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle, qui in veste di produttore o, come direbbero quelli bravi, di producer). L’album omonimo è composto da nove tracce di lunghezza variabile. Ma non sono qua per sciorinarvi tutte le informazioni tecniche del caso; passiamo ad una analisi che definirei quasi ‘figlia’ di un consistente numero di ascolti.

Si diceva, dunque, I Hate My Village. Devo ammettere che quando iniziai ad intercettare le prime informazioni riguardo questo nuovo progetto, il nome mi sembrò un po’ quello di una band adolescenziale che si riunisce ogni sabato pomeriggio nella cantina di Caio, l’amico con i soldi. Ciononostante non mi sono voluta far fermare dai pregiudizi iniziali e non appena è stato distribuito mi sono fiondata ad ascoltarlo tutto d’un fiato. Forse a causa dell’entusiasmo che ne è seguito, ho dovuto ricredermi: calza a pennello. È un nome con cui l’ascoltatore può giocare, che può masticare, smontare e rimontare come vuole. Può decidere di battere la via più letterale, interpretandolo come un ‘odio il mio villaggio’ – secco e diretto come un urlo lanciato in una strada desolata nel cuore della notte. Oppure possiamo prenderne una lettera e decidere di ingurgitarla senza pietà, riducendolo ad un cannibalesco I ate my village che, tralasciando ogni barbara traduzione, è anche il nome della traccia conclusiva dell’album. L’artwork è stato curato dall’artista e illustratore Alessandro Maida, in arte Scarful, che vanta inoltre collaborazioni con gli Zu, il Truceklan, Mayhem Lauren e gli stessi BSBE di cui Viterbini fa parte. I colori acidi e le figure primitive non a caso richiamano alla memoria le locandine sgarrupate dei B-movie: “I hate my village” non è solo il nome del progetto, bensì anche quello di un film horror ghanese degli anni ’70 che alcuni componenti del gruppo hanno dichiarato di apprezzare. Tenete a mente questo dettaglio, perché sarà fondamentale durante l’ascolto dell’album.

Come durante la degustazione di un buon piatto, anche nel corso del primo approccio a questo lavoro tutti gli elementi già citati sembrano convergere per amalgamarsi sin da subito nel beat sintetico che apre la prima traccia, “Tony Hawk of Ghana”. La band decide di strattonarci in questa giungla sonora in cui predominano i riff di chitarra riprodotti in loop, stratificati ed ipnotici, che sembrano regolare il tono della traccia vocale di Ferrari. Quello che salta subito all’orecchio è che anche la sua voce è uno strumento, rinunciando così alla sua capacità di farsi veicolo di significati. Il testo non sembra dunque essere rilevante su un piano comunicativo, quanto piuttosto su quello espressivo. Non dico che siamo ai livelli del famigerato “prisencolinensinainciusol” di Celentano, ma quasi. Citando un famoso film: “non è importante la caduta, ma l’atterraggio”. Dopo la seconda traccia “Presentiment”, completamente strumentale e dall’attitudine più funk, è la volta di “Acquaragia”, in cui le influenze della musica africana iniziano a farsi sentire. Nel corso dell’ascolto è inevitabile accostare queste sonorità con quelle di Bombino, artista nigerino tra i maggiori esponenti della world music odierna (se non lo conoscete, prendetelo come consiglio bonus). Attingendo da questo immaginario, la terza traccia si presenta corposa, sfaccettata e con un set di percussioni più ampio e variegato. E mentre la nostra mente ci trasporta in luoghi lontani e aridi, con “Tramp” veniamo bruscamente risvegliati da una linea di chitarra che ha la potenza di un pugno di ferro assestato in pieno volto. Armonie più blues, familiari a Viterbini, sporcate da accordi gracchianti che sembrano essere stati campionati da un pezzo dei Beastie Boys e montati in reverse. Dopo questo climax allucinatorio, ancora con il fiatone, ci godiamo qualche secondo di silenzio che viene però subito interrotto da “Fare un fuoco”. La voce di Ferrari torna a farsi sentire e ci trascina con il suo ritmo tribale, sempre poco chiara ed ancor più delirante di quanto non lo fosse nelle tracce precedenti: qui sembra vestire i panni di uno stregone che inizia ad invocare gli spiriti, misticamente illuminato da un grande fuoco che divampa nel buio. Il suo richiamo si prolunga fino a “Fame”, in cui il ritmo si distende e si dilata, il cantato si sdoppia come se fosse un coro a pronunciare quelle parole in attesa che gli ultimi tizzoni del falò si estinguano e la luce del sole torni ad illuminare la terra riarsa. Ritroviamo i giri ipnotici di chitarra e percussioni, sempre più ossessivi. Ma come in ogni celebrazione sacra è necessario un momento di raccoglimento che ci viene concesso con la penultima traccia dell’album prima della grande chiusura con “I ate my village“, che mi è parsa una traccia conclusiva piuttosto insolita. Qui è come se gli I Hate My Village avessero voluto riassumere in due minuti e mezzo tutto ciò che abbiamo avuto modo di ascoltare finora, dandoci le ultime scosse per poi esplodere in un silenzio assordante, quasi come al termine di un concerto dal vivo.

Vi ricordate ancora di quel film a cui ho accennato prima? Bene, non appena avrete finito di ascoltare questo album di esordio vi verrà una voglia matta di andarlo a ripescare, grattando anche il fondo del deep web se necessario. E magari di utilizzarlo come accompagnamento visivo ad un secondo, terzo, quarto riascolto che do già per scontato, perché le sfumature che si riescono a percepire ogni volta sono talmente tante da creare dipendenza.

  1. Tony Hawk of Ghana
  2. Presentiment
  3. Acquaragia
  4. Location 8
  5. Tramp
  6. Fare un fuoco
  7. Fame
  8. Bahum
  9. I Ate My Village
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