“Ruins” _ GINEVRA

Per scrivere questa recensione ho ascoltato “Ruins” (2019), l’album di esordio di Ginevra (Lubrano), cinquantasette volte in un arco temporale brevissimo. Ascoltato al telefono, al pc, in cuffia, a volumi diversi, intensità eterogenee, svariate casse. Ve ne consiglio la medesima fruizione per accedere alle più sottili sfumature di ogni brano. Ed ogni brano, appunto, è un mondo con un modo a sé. Eppure vi sono svariate ragioni che potrebbero farci definire questo un concept a tutti gli effetti. Definiamo concept “un album discografico in cui tutte le canzoni contribuiscono a dare un significato nel loro insieme, spesso ruotando attorno a un unico tema oppure sviluppando complessivamente una storia che può essere strumentale, compositiva o lirica [1].

Decidiamo di andare per ordine in una analisi ‘brano per brano’, seguendo l’andamento proprio del disco.

Ci teniamo a sottolineare come non si stia considerando in alcun modo, in questa specifica recensione, la parola dei testi in quanto significate, ma esclusivamente come suono prodotto.

Ruins” viene aperto da “Tender”, un brano a progressione d’inserimento d’elementi doppi che si sommano strutturando un tema che si ripete quasi ossessivamente, ma che non stanca nella sua ricezione sia per la polifonia vocale (una delle caratteristiche più interessanti dell’album nella sua interezza) sia per quei suoni strappati che quasi ti muovono scompostamente all’interno della massa sonora, in una direzionalità sempre più compatta e ravvicinata (0:08 – 0:17 – 0:35 – 0:54|55 – 00:59 – 1:01|03 – 1:08|17 – ecc) sebbene non definita spazialmente. Una certa e specifica vocalità, sebbene il testo sia in inglese, ricorda quella francesità di Charlotte Gainsbourg (mi riferisco in particolare a “5:55”): eppure (ed anche questo è una componente che ritorna in tutto l’album di Ginevra) ogni volta che un elemento ci risuona come un già sentito ne arriva un altro a smentirlo e il già sentito diviene un’influenza, una riconoscibilità tracciata d’esempi, di rimandi, nell’abbandono autoreferenziale che spesso ritroviamo nella cantautorialità.

Se i suoni che ci strappano sono l’elemento portante di “Tender”, in “Forest” è la vocalità nella sua interezza. La composizione delle voci crea un’atmosfera quasi sacra, per certi aspetti medievale: una litania che si ripete (e che non stanca, ribadendo d’altra parte una fisicità sonora) che apre il brano in un dualismo vocale di sforzo acutissimo accompagnato da un tentativo d’ammorbidimento e addolcimento dell’abbondanza dello sforzo. Il brano è bipartito. La prima parte, ripetuta e ripresentata e ribadita, ripete un tema e si sviluppa in un frattale che rientra sempre su se stesso: potrebbe continuare per ore in ogni sua parte. Proseguendo, vi è un passaggio sonoro che ci accompagna nella seconda parte del brano: questo momento transitorio, se ascoltato in cuffia, ci ricorda uno scontro in lontananza che quasi non ci tocca (solo in apparenza), un allontanarsi di aerei bombardieri, un’interferenza all’interno della nostra calma vita. La chitarra incorpora questo suono, riportandoci all’apparenza di questa calma vita; la voce si sdoppia ambivalentemente in una tensione che dalla normalità tende ad un’aspirazione, che si traduce nel vocale, di un innalzamento, quasi un grido d’aiuto, un grido certamente di posizionamento nel mondo, contrapposto ad un mononota apparentemente anestetizzato. Le dolcezze della voce di Ginevra, rese ancor di più dalla scelta stilistica di non eliminare i difetti di pronuncia che risuonano e si attaccano alla pelle (gli schiocchi di lingua, l’eccesso di saliva, le labbra umide appiccicate) si fanno pelle a loro volta. Conseguenti commovimenti d’animo.

Sfiancati e stancati da “Forest ”, ci riposiamo con “Lips”. Lo schiocco della lingua diviene elemento costante, una scelta consapevole ed un modo certo per conoscere Ginevra. Non più solamente la sua voce, ma il suo piano parla per lei. La immaginiamo toccare i tasti. La melodia sottostante ha un movimento di ritorni e rimandi che decide di non esser costante. Credo sia il pezzo che definisce meglio il disco come centro e fulcro e apice dell’intero Ep, come un momento di svolta non soltanto nelle sonorità ascoltate, ma anche in riferimento alla stessa Ginevra. Con “Lips” vediamo – perché lo vediamo – il fiore di copertina ed ogni fiore da lei amato, fotografato, stretto fra le dita in pausa musicale. Con “Lips” vediamo quella camicia cerulea che poggia sul suo seno giovane, vediamo le sue labbra carnose, i denti bianchi, gli occhi struccati. Si ha una visione così carnosa e completa di questa cantautrice che ci si sente in qualche modo invischiati nel suo privato: ne percepiamo i movimenti in una compartecipazione muta e consapevole a piedi nudi (“my self my self my self ”). Vediamo tutto: negli inciampi della gola gli inciampi della vita, negli slanci vocali i tentativi di volo. Le voci che attraversano Ginevra sono mutevoli, eterogenee e mai messe a tacere. Seduta in poltrona sento la gravità della sua presenza e un senso di certa malinconia femminile in cui e per cui m’abbandono. M’è concessa una visione di un tempo e di uno spazio personale, mio, non preoccupato. Ne deriva un sollievo rigenerante, sebbene sollievo sia una parola orribile.

Lips” è il cuore di Ginevra. È il corpo di Ginevra. È la femminilità di una donna che diviene consapevole, esplicata nel brano “Serralves”. Il passaggio tra un prima e un dopo è avvenuto. Ritroviamo una sensualità nuova, non incerta, piena, matura. I suoni morbidi, ovattati, attenti, pieni ci avvolgono completamente come una esperienza sessuale nuova: uno scoprire il proprio corpo per la prima volta nella maturità. Suoni sognanti. Velluto blu. Voce spezzata, mozzata: un petto che riprende fiato e calmare il respiro per abbandonarsi, infine.

Infine con “Sleep”: una dolcezza finale. È il brano in cui traspare la non importanza di un dire, come se non fosse neanche più importante dimostrare la propria vocalità. È una narrazione a se stessa, un sognante rimanere distesi eppure salire. Eppure salire. Il ritornello abbandona l’ossessiva ripetizione d’affermazione di sé, lasciando spazio finalmente ad una forza tutta nuova, naturalmente gettata dentro l’orecchio dell’ascoltatore che prende a cuore lo sbocciare di una donna che culliamo tra le braccia, con cui rimaniamo sognanti a guardare il soffitto, sonnecchiando.

Per una esperienza di totale sospensione temporale consiglio vivamente l’ascolto ripetuto di questo album e aspettiamo impazienti la prosecuzione della maturità in suono della vita di questa splendente cantautrice.

[1]https://it.wikipedia.org/wiki/Concept_album


  1. Tender
  2. Forest
  3. Lips
  4. Serralves
  5. Sleep
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