“Polonia violenta”_POLONIA VIOLENTA

Non c’è motivo di apprezzare quest’album se non si apprezza la voce di Karol Wojtyla: è la sua voce infatti a guidare l’intero album, che altrimenti suonerebbe come l’ennesimo, classico disco grindcore, come di fatto sembra essere: sul bandcamp dell’etichetta discografica, la Dischi Bervisti, si può leggere come la data di creazione di tutte le canzoni sia il 1992, ben lontana da quella di pubblicazione, ma ancora vicina all’esplosione del genere (basti pensare che i Napalm Death all’epoca pubblicavano il loro quarto album in studio).

Il vocalist polacco, dicevamo, porta con sé tutte le sonorità dell’album: un esordio rabbioso («Convertitevi!Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio!») ne Il giudizio, seguito dalla dichiarazione d’intenti della band, Io e voi (“la vera libertà”), un’omelia grind, una chiamata, un inno alla rivolta comune.

È questo il popolo a venire, il popolo dell’insurrezione; ed è con noi che parla ancora Karol: in Popolo e Aspira si tracciano le linee teoriche della rivolta; ribadisce la necessità di un divenire continuo, di disfare il popolo se ciò a cui si aspira è il cambiamento; che la vita di un popolo si fa nella distruzione identitaria; saranno loro a identificarci, saranno loro a chiederci chi siamo (ma noi sappiamo che “popolo questo popolo ogni popolo non può cambiare non può”) e saranno loro a metterci sotto pressione, da cui ci innalzeremo come un coro sacro e il polacco parla ancora con ciascuno di noi, palombari sociali, e ci invita a resistere (“aspira sotto la pressione aspira sulle loro coscienze aspira”).

La dichiarazione di guerra è consegnata: adesso bisogna sapere che cosa scatenerà, a cosa andremo incontro, chi ci troveremo a combattere. Ci saranno delle Vittime e non saranno più giudicate dal vecchio pregiudizio della colpa: non uccidiamo i colpevoli, uccidiamo gli innocenti, coloro che ci hanno giudicato, coloro a cui siamo misurati. È la bella morale degli innocenti a permettere di indicare la nostra sporcizia, la nostra sofferenza come sbagliata e se è il popolo a dover essere disfatto, fra le vittime troveremo “ogni famiglia”. Karol lo urla ancora, nei 36 secondi di Capire: l’ipocrita pace innocente è finita, basta con le armonie, è finita l’era dei lunghi discorsi; basta una semplice e breve frase, accompagnata da una strumentazione pesante e performante, e se ancora non l’hanno capito, loro, gli innocenti, “devono capire di disturbare questa pace” e che la Vita descritta nell’omonimo brano a seguire, breve e dura, è una vita dei morti, la civiltà della morte più che una civiltà dell’amore, destinata a sparire nella ripetizione dei Tempi (e non a caso è proprio “morti” l’ultima parola di questo brano).

Arrivati a questo punto dell’album, ci potremmo trovare parecchio stanchi. Polonia Violenta sembra essere riuscito ad addensare in quattrominutiequarantotto l’intensità di una messa, gli schiaffi di una lite, il pogo violento di un concerto hardcore. E ancora una volta ci troviamo a sottolineare come sia la presenza vocale di Wojtyla a scandire i tempi di questo breve e denso rito, perché è proprio come un rito che quest’album appare, e del rito ricalca anche la funzione, ovvero la riattivazione di antiche forze, di masse pronte a scattare e danzare, spingendosi, toccandosi, rialzando chi nella violenza dello scontro è caduto.

Divino-Umano ci ricorda proprio questo: il divino è un grande mistero, è superiore e non ci riguarda, è l’umano che “mi piace aiutarlo”, è l’umano ad essere “in ospedale”, è l’umano a possedere un corpo, a crearsi un corpo, in movimento, in scontro, in lotta continua e perenne; e la musica accompagna l’umano, la musica suona il ritmo del farsi insieme. Divino-Umano suona così un ritmo scandito, ci sentiamo lì, in mezzo al gruppo, a ballare, saltare, scontrarci.

E se l’intero ascolto ci ha portato ad interrogarci sulla natura della voce che alla rivolta ci spingeva, se abbiamo riconosciuto qualcuno in quella voce, se sappiamo chi è, la chiusura dell’album ci prende in contropiede, raccontando e suonando proprio ciò che non sapevamo: Karol è Lorak, risuona nel suo opposto e poco importa se Karol è un papa (anzi, IL papa della chiesa cattolica, il Santo Subito, per quel che ne sappiamo noi), perché Karol adesso si sta cantando al contrario, e non sta neanche più cantando in italiano: è il latino la lingua scelta per la sua inversione, è la lingua più universale di tutte a rinunciare alla propria comprensibilità, per tornare, in forma di suono, alla comprensione di chiunque voglia ascoltarla.

Polonia Violenta si fa ascoltare, così, come un disco assolutamente serio, studiato, la cui unica concessione all’ironia sembra essere la scelta della data di pubblicazione: 24 dicembre 2013.
Eppure, anche qui, l’ironia non sembra abbastanza per raccontare il disco e ci piace pensare che gli autori volessero celebrare, a più di venti anni di distanza, quel sentimento di spaesamento all’epoca dell’incisione e quella rabbia che ci ha imposto di cancellare qualunque sogno di comunità una volta che i sogni reali erano spariti dalle mappe: una rabbia capace di pervadere anche un papa.

  1. IL GIUDIZIO
  2. IO E VOI
  3. POPOLO
  4. ASPIRA
  5. VITTIME
  6. CAPIRE
  7. VITA
  8. TEMPI
  9. DIVINO-UMANO
  10. LORAK
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