“Arrival” _ FIRE!ORCHESTRA

Il 18 marzo 2019 è stato per me un giorno orribile: aprendo le pagine social i The Thing annunciavano “Dear friends. After some considerations The Thing wants to announce to take a break. Change is in the air and change is the only certain thing in life. Right now we don’t know what the future of the band will bring but let us celebrate the past 20 years of joy and holy madness together. 
Life and music will go on!”

Ecco, una batosta per me che del loro impatto sonoro, delle loro timbriche, del loro stare su un palco ho amato ogni singolo secondo: quasi contemporaneamente Mats Gustafsson annunciava l’uscita per fine maggio del nuovo lavoro della Fire! Orchestra, puntualmente licenziato il 24 Maggio dalla storica Rune Grammofon.

Arrival è il terzo lavoro per la big band sperimentale di matrice nord europea, e forse è quella che segna la linea di confine e di conseguenza ne denota la maturità artistica: a livello numerico gli elementi che la compongono sono diminuiti in maniera notevole (14 elementi in Arrival, contro i 28 di Exit – 2013 e i 21 di Ritual – 2016) con l’introduzione di un quartetto d’archi e la presenza di tre clarinetti a rimarcare l’impronta noir delle 7 tracce che compongono l’album.

La prima traccia racchiude in sé il succo dell’intero lavoro, voci che si intersecano alla meraviglia, ritmiche mai frenetiche ma potenti, loop continui e interventi di tromba e piano quanto mai introspettivi. L’uscita dell’album era stata anticipata dal brano At Last I Am Free, resa celebra da Robert Wyatt ma scritta dagli Chic: interpretata dall’ensemble scandinavo assume contorni di uno scuro assoluto, con un crescendo continuo di emozioni liriche: un autentico gioiello, una straordinaria interpretazione di un brano di per sé stupendo. L’altra cover presente, Blue Crystal Fire (Robbie Basho, 1978) crea atmosfere visionarie derivanti dal sublime lavoro prima singolo poi in  sincrono delle voci di Mariam Wallentin e Sofia Jernberg.

Mats Gustafsson live con The Thing, Giugno 2017

Ciò che colpisce maggiormente di questa produzione è la  capacità di mantenere una linearità armonica nell’intrecciarsi continuo di riff, di loop di suoni dissonanti: la vera maturità deriva dall’aver lavorato alla composizione democraticamente e non affidandone le dinamiche al solo sassofonista svedese: il risultato è un continuo musicale in cui gli estremi si intersecano tra loro, come alla fine succede a tutti noi nella vita reale: la bravura della big band sta nel trasportarci in questo mare da quieto a tempestoso e viceversa senza mai farci sobbalzare. Ripeto ancora una volta, a mio parere la maturità è stata raggiunta.

Un disco da ascoltare dopo aver mandato via tutti da casa, abbassato le luci e essersi versati un generoso bicchiere di rosso corposo, per cogliere appieno l’essenza e la lirica della big band.

  1. (I Am A) Horizon
  2. Weekends (The Soil Is Calling)
  3. Blue Crystal Fire
  4. Silver Trees
  5. Dressed In Smoke. Blown Away
  6. (Beneath) The Edge Of Life
  7. At Last I Am Free
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