“Igor”_TYLER, THE CREATOR

In principio fu un caldo pomeriggio bolognese in cui non avevo altro di meglio da fare se non dedicarmi ad una delle mie attività preferite: saltare di palo in frasca, musicalmente parlando, su YouTube. Con fare annoiato e la voglia di vivere di chi dovrebbe dedicarsi a mansioni ben più proficue, poso lo sguardo sulla barra dei suggerimenti e i miei occhi vengono catturati dall’anteprima del singolo “ Who dat boy? ” di Tyler, The Creator. L’immagine ritrae Tyler con il volto di un John Doe caucasico cucito addosso e, incuriosita dalla stranezza del tutto, non ho trovato nessun motivo valido che mi potesse fermare dal cadere nella trappola tesa dall’algoritmo del sito. Ebbene, non mi sono sbagliata: da quel momento in poi Tyler, The Creator è entrato nella stretta cerchia dei miei pupilli musicali. Tyler Gregory Okonma è nato a Los Angeles, una delle culle del rap e dell’hip-hop, e vanta già la pubblicazione di 5 album solisti con l’aka di Tyler, The Creator. Nel corso degli anni ha fatto parte degli Odd Future, collettivo alternative hip-hop losangelino da cui è uscito anche Frank Ocean, ha fondato l’etichetta musicale Odd Future Records e il brand d’abbigliamento Golf Gang, oltre a dedicarsi alla produzione.

Il suo ultimo lavoro, Igor (si pronuncia Eee-gore, mi raccomando), è uscito qualche
settimana fa per A Boy is a Gun e Columbia Records e si compone di dodici tracce; è stato preceduto da una breve, seppur efficace, campagna di lancio ed è proprio su questa che mi vorrei concentrare. Il 17 maggio, giorno dell’uscita dell’album, sulle piattaforme social, l’artista ha pubblicato delle istruzioni per l’uso che recitano:

“[…]I believe the first listen works best all the way through, no skips. Front to back.
No distractions either. No checking your phone no watching tv no holding convo,
full attn towards the sounds where can form your own opinions and feeling towards
the album. Some go on walks, some drive, some lay in bed and sponge it all up.
Whatever it is you choose, fully indulge. With volume.[…]”

“[…]Credo che il primo ascolto funzioni meglio tutto d’un fiato, senza skip.
Dall’inizio alla fine. Sono vietate le distrazioni. È vietato controllare il telefono, è
vietato guardare la tv, è vietato chiacchierare. [Serve] piena attenzione ai suoni nei
quali potete sviluppare le vostre opinioni e sensazioni sull’album. Alcuni si fanno
una passeggiata, altri guidano o se ne stanno stesi sul letto e lo assorbono tutto.
Qualsiasi cosa scegliate, concedetevela. A tutto volume.[…]”

Vi ricorda forse qualcosa? Vi do un indizio: “I dischi si ascoltano interi. […] I dischi
suonano. Ascoltare è smettere di parlare. Parlare di un disco ci fa risuonare”. Andate a ripescare il manifesto di Kuwomba, sta tutto là. Questa sorta di prontuario introduttivo all’ascolto mi ha incuriosita, perché se non dovevo aspettarmi un album rap o addirittura “nessun album”, come tiene a precisare sui social, a cosa stavo andando incontro? Innanzitutto, come ormai è regola, iniziamo dal titolo: Igor . Igor è Tyler. Igor è la nuova “persona” di Tyler, anzi. Igor ha l’aspetto di un cantante neomelodico napoletano degli anni ‘80. Igor parla d’amore come Al Green, se solo Al Green avesse militato nei N.E.R.D. Poco prima che l’album fosse stato diffuso per lo streaming e la vendita fisica, sul canale YouTube del rapper sono usciti dei mini-trailer della durata approssimativa di quaranta secondi l’uno in cui, nelle vesti di questo caschetto biondo della west coast, ci ha dato un assaggio di quello che sarebbe poi stata l’atmosfera di cui è intriso il disco. Tonalità pastello che evocano la tematica amorosa, scenografia dal gusto amatoriale, espressione impassibile censurata da un paio di occhiali neri in stile Ray Charles.

Questo album vanta una quantità di collaborazioni da mettersi le mani nei capelli: da
Pharrell a Solange, da Kanye West a Santigold. Riuscire ad identificare i vari contributi è un gioco, perché non viene mai esplicitato chi presta la sua voce e i segmenti registrati sono utilizzati come uno strumento, o meglio come dei campionamenti rimaneggiati in accordo con le esigenze ritmiche. Come tutte le storie d’amore, anche la storia narrata nel corso di queste dodici tracce ha un inizio, uno svolgimento più o meno tribolato ed una (in)conclusione impressa nella domanda “are we still friends?” che conclude l’arco narrativo. L’ascoltatore partecipa degli struggimenti di Igor/Tyler, il quale si trova alle prese con le problematiche tipiche delle relazioni sentimentali. Potrei aggiungere che dal testo si deduce che il soggetto amoroso è di sesso maschile, ma già in molti ci hanno ricamato sopra e, dal mio punto di vista, è un particolare trascurabile. Prima di tutto perché si tratta di una storia d’amore (e basta) e in secondo luogo perché questo mio sproloquio vuole concentrarsi non tanto su una analisi certosina dei contenuti testuali, quanto piuttosto sulla macrostruttura compositiva.

Tyler, The Creator si fregia di essere il compositore, il produttore e l’arrangiatore di ogni singola canzone e, se da un lato potrebbe sembrare una precisazione frutto di una qual certa mania di grandezza, dall’altro si incastra perfettamente con tutte quelle piccole regole dateci ancor prima di premere play. Durante l’ascolto ci rendiamo conto delle sue doti sapienti nell’ambito della produzione, perché ascoltando le tracce in ordine casuale queste perderebbero di bellezza e significato riducendosi a delle hit qualsiasi – anche se ben fatte e godibili, a differenza del 90% dei brani presenti nelle playlist preconfezionate da Spotify. Ogni brano si fonde con quello successivo, che spesso ne riprende i beat, riarrangiandoli e preparandoli alle nuove sfumature ritmiche che incalzano, trasportandoci in una nuova fase di questa odissea passionale. Nel fare ciò, Tyler attinge ad un vasto repertorio musicale che spazia dalla musica funk nigeriana degli anni ’70 come in “ I think ”, in cui possiamo sentire Solange Knowles citare “ Special lady ” di Bibi Mascel, ai boom bap di “ Hit it run ” dei Run-DMC rielaborati per “ Running out of time ”, finendo con “ Dream ” di Al Green che fa da colonna sonora alle parole del pezzo di chiusura “ Are we still friends? ”.

È giusto l’avviso che non bisogna aspettarsi nessun album, al di là del genere musicale e chiunque si lamenti del fatto che un rapper pubblichi un album senza rap bar , ve lo dico con onestà ed affetto, non ha capito un cazzo. L’idea di fondo di Igor sembra essere quella di un concept album come si faceva una volta, quando ancora non era concepibile che i fruitori potessero decidere da sé l’ordine delle tracce, ma dovevano affidarsi alla storia che l’artista voleva raccontare loro. Un’idea romantica, che riporta alla mente ricordi di un sé piccino e sonnacchioso cullato dalle voci calde delle favole della buonanotte.

  1. IGOR’S THEME
  2. EARFQUAKE
  3. I THINK
  4. EXACTLY WHAT YOU RUN FROM YOU END UP CHASING
  5. RUNNING OUT OF TIME
  6. NEW MAGIC WAND
  7. A BOY IS A GUN*
  8. PUPPET
  9. WHAT’S GOOD
  10. GONE, GONE / THANK YOU
  11. I DON’T LOVE YOU ANYMORE
  12. ARE WE STILL FRIENDS?
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