“Banished from Time”_BLACK CILICE

Black Cilice – Banished from Time, 2017, Iron Bonehead Productions

“In the hidden rooms downstairs / Filled with spirits / Death is all I can inhale / Death is all I can feel / As I feel their presence / Their interference / Death demands death / And I leave them to die here / To never ascend / To remain in the depths / Of inhumanity / Where they belong / I return to the world of the living / To temporary sanity”

Black Cilice, “On the Verge of Madness”

Their red orbs, without beam,

To thy weariness shall seem

As a burning and a fever

Which would cling to thee forever.

E.A. Poe, “Spirits of the Dead”

Black Cilice è una one-man band portoghese totalmente ammantata da un velo di anonimia ‒ a essere sconosciuti non sono unicamente il nome e il volto dell’ideatore del progetto ma persino l’esatta locazione e la data di formazione di quest’ultimo. Fin dal 2009 (data di uscita di ben quattro demo, seguiti, nel 2010, da diversi split e da un EP) Black Cilice si è dedicato alla produzione di un black metal decisamente raw, connotato, tuttavia, da delicate sfumature depressive e da una particolare predilezione per la melodia. Dai pochi testi disponibili online ‒ e da titoli quali “Into Morbid Trance”, “The Gate of Sulphur” o “Chaos and Evil” ‒ si può immediatamente intuire il tipo di immaginario a cui il progetto fa riferimento: massicce connotazioni rituali, satanismo anti-cosmico, pessimismo e magia del caos si intrecciano, dando forma a una lugubre massa tentacolare. Con la pubblicazione di Banished from Time (2017) tutte queste tendenze, precedentemente espresse attraverso la costruzione di muri di suono e tappeti atmosferici molto evocativi (come nel caso dell’LP Mysteries, del 2015), vengono improvvisamente ripiegate su se stesse e costrette a giungere a una sorta di “autocoscienza”. Qui, a essere interrogata da un punto di vista sia poetico che sonico, non è più l’esperienza del caos, della sofferenza e del decadimento ma la sua stessa fonte. Ritrovandosi “esiliato dal tempo” (“I belong to no place / To no era”), dalla mutevolezza del flusso percettivo, l’artista può indagare le radici della propria temporalità e, più in generale, quelle di un’a/temporalità che sembrerebbe contraddistinguere ogni visione del mondo essenzialmente negativa. Sebbene, a un primo ascolto, si abbia l’impressione di trovarsi di fronte a una metodologia compositiva e a un sound “classici” ‒ a metà strada tra il manierismo e la pura ortodossia ‒ è sufficiente porre maggiore attenzione alle primitive trame melodiche, nonché alla raffinatezza poetica dei testi, per accorgersi di come Black Cilice sia frutto di un determinato processo “occulto” che ha avuto origine negli anni ‘90, agli albori del black metal. L’assenza di date di fondazione e di nomi propri ai quali poter attribuire il progetto, di fatto, trovano un’ovvia spiegazione nel raggiungimento di un’unità dell’artista e del suo doppio nel contesto dell’opera, un percorso inaugurato dall’indissolubile e tuttavia non totale aderenza di Varg Vikernes a Burzum (o viceversa). Black Cilice è nato nel medesimo istante in cui il suo primo demo è stato pubblicato ed è egli stesso il cardine, il soggetto, della propria ricerca musicale e poetica. Non essendovi alcun distanziamento o raddoppiamento scenico, Black Cilice non può che consistere di  un’atmosfera impersonale, delle urla distanti e straziate di un fantasma senza nome e senza storia. “I’m a timeless spectre / I am one with the dark energies / Gathered in the shadows of time”; “I become everything / I become nothing / It begins”. Il delirio o, meglio, la “mania” (“it begins”…), caratterizzata nei precedenti lavori da una forte componente megalomane e nichilista, lascia il posto a un vortice di spettri in putrefazione, catalizzati dal corpo (totalmente depresso e passivizzato) dell’artista:  “Death is all I can inhale / Death is all I can feel / As I feel their presence”. Il black metal giunge al proprio apex seguendo questo sentiero di duplice deposizione: da un lato, ad essere abbandonata è l’individuazione psico-motoria (l’Io dotato di intenzionalità), dall’altro, ciò che viene dissolto è l’unità di una determinazione spazio-temporale (il qui e ora). Secondo la medicina rinascimentale, l’umor nero melanconico sarebbe derivante da un’eccessiva presenza di minerali nel corpo; ad alte concentrazioni, inoltre, esso si tramuterebbe in un’orrida antenna, in grado di attrarre demoni e anime vaganti, i cosiddetti “spiriti della terra”. Incosciente, molteplice e senza tempo: la dissociazione depressiva segna il collasso del vivente nella mineralità dell’inorganico ‒ una decomposizione del soggetto nell’ambiente inumano. Superata la crisi (“I return to the world of the living / To temporary sanity”), il prodotto di questo immane rivolgimento è uno scheletro ‒ quasi un’estroiezione catartica dell’eccedenza minerale ‒ costituito proprio da melodia, ritmo e voce, le tre coordinate soniche della temporalità. Il soggetto “ritornato” al mondo, ricompreso all’interno delle dinamiche temporali dell’esperienza ‒ e divenuto cosciente dell’origine della negatività da cui si sentiva permeato ‒ può infine divenire soggetto musicale, oggettivando e ritualizzando la crisi attraverso l’opera. Black Cilice è il sigillo che racchiude questa denso ammasso di oscurità, lavorato e levigato per dar forma a Banished from Time, un’opera perturbante e tuttavia non volgare, in grado di ergersi nel bel mezzo di un periodo storico che ha fatto dell’immediatezza artistica un valore.

  1. Timeless Spectre
  2. On the Verge of Madness
  3. Possessed by Night Spirits
  4. Channeling Forgotten Energies
  5. Boiling Corpses
Condividi l'articolo: