“Non fate caso al sorriso”_IL BRANCO

Mi sono scontrata con questo disco all’inizio dell’estate a seguito di una complessa serie di fortunatissimi eventi. Quello che non mi aspettavo è che l’avrei ascoltato ossessivamente fino all’autunno. Certo, immagino che il mio accanimento sia pilotato anche dal mio stato d’animo, perfettamente in linea con l’atmosfera ironico-disperata dei brani proposti da Il Branco.

C’è chi ha usato l’aggettivo “punk” per descriverli. Un azzardo, trovo, seppure una certa tendenza al decadente si percepisca eccome.

Il linguaggio è ricercato e crudo, pervaso da una malinconia rassegnata eppure reazionaria. Il Branco porta nei 10 inediti di questo “Non fate caso al sorriso” tematiche sufficientemente variopinte, anche se rimbomba l’insofferenza per il Sistema e per una vita che aderisce le norme sociali stabilite, oltre alla descrizione di un protagonista di animo sensibile e riflessivo, forse passivo aggressivo, perenne innamorato insoddisfatto dall’amore stesso più che dall’oggetto dell’amore.

Nicola Pressi (voce e chitarre) interpreta con passione le parole di Francesco Gambini (testi e synth) aiutato, ove necessario, da Leonardo Pressi (batteria, cori e drum pad). Il sound che ne risulta è indie rock, pop punk, cantautorato anni 90.

Sembra un gruppo innovativo della vecchia generazione, oppure un moderno demodé.

La poetica di Gambini è aggraziata e potente allo stesso tempo, dolce e graffiante come la lingua di un gatto. Si gioca abilmente con gli opposti, a creare immagini di un certo gusto grottesco e irriverente che però descrivono puntualmente una realtà innegabile. La voce di Pressi si adatta perfettamente, l’interpretazione appasionata aderisce come sistema venoso sullo scheletro dei testi ora sospirati, ora gridati, ora spensierati.

Il primo brano del disco, Scomodi, è sicuramente il più “carico” ritmicamente, si percepisce una certa ironia incazzata. Una serie di metafore divertite e desolate descrivono rassegnazione nei confronti della banalità di aderire ad una vita predisegnata.

“È troppo scomodo da qui, è troppo scomodo, dove ci si abitua a morire”.

In Via Boncompagni il focus si sposta sul nostro protagonista che subisce la preordinazione della vita ma la rifiuta, ne comprende la falsità e la tristezza profonda. Non vuole parlare, si osserva da dentro e da fuori e pare disgustato dalla mediocrità di ciò che è e non può non essere. Non riesce a non essere. È disgustato e privo di pietà nei confronti dello svolgersi di vite fatte di luoghi comuni da cui non possiamo scappare perchè parte indissolubile della natura umana immersa nell’oggi.

“Caramelle per le ernie, cortisone per sognare, rimpianti e salse in frigorifero a marcire in subaffitto, le mie parabole sul male, i buoni propositi tra i cuscini da lavare”.

A seguire, in Buonamorte, il protagonista si denuda. Dona una serie di immagini di tempo perduto e nostalgia, fa dono di sé con tutti i propri limiti e saluta. È un avvertimento, un’incitazione ad apprezzare ciò che è nella sua purezza: quando se ne andrà se ne sarà andata la persona che era e nessun altro. 

“Eccoti le mie ultime forze, eccoti le mie poche speranze, eccoti le mie mani bucate, eccomi. E poi me ne andrò”.

Augurarsi un addio è l’unico brano del disco che non ho particolarmente apprezzato, forse perchè ha un sound un po’ alla Ligabue, o forse solo mi sembra il calco di un brano già sentito. Mi pare di notare un tentativo un po’ stiracchiato di creare immagini fra il turpe e il sentimentale – cosa che invece riesce naturalmente negli altri brani.

“Disciplinati intenti a scappare alimentano viziose volontà. Soffoco l’istinto di capire il finale orchestrando violini e veleni”.

In Speranze universali c’è gioia. Ci sono risate stanche e ricordi appassionati. L’affermazione del rifiuto gioioso, l’aderenza a questo Sistema e allo starne fuori, lo sfogo. L’unico difetto del brano è che è troppo breve. Il profumo di punk si sente, ma insisto a dire che resta solo un profumo dato dalle immagini e poco dalle melodie, seppure le distorsioni e la semplicità armonica possano darne l’idea.

“Intrappolato in un buco del mondo tra i fili logici di questo cranio. Che tutto questo valga la gloria, perchè la pena è già stata espiata”.

Aria. Non si capisce se si stia parlando ad un’amante perduta o se si stia descrivendo la sensazione di perdita nel possesso che si ha verso la fine di una storia d’amore, quando si prova il dolore della nostalgia per quanto ci si stia formalmente ancora accanto. Certo è che le immagini descrivono quei piccoli dettagli che ci mancano o ci mancheranno, quei riti divenuti abitudine che riaffiorano nel sonno per lasciarci un peso sullo stomaco al risveglio, quelli che abbiamo perfino disprezzato, a volte, e che ora restano ricordi incastonati nella mente e non sai più se quello che provi ha sapore dolce o amaro.

“Le mie mani piacevano al tuo corpo, le tue smorfie sfiorano l’incanto. E poi, del resto, io non penso ad altro”.

In Ultimo Appello l’intro è addolcita dalla campionatura di un bimbo che canticchia il tema, stonando deliziosamente. La recitazione di Nicola è perfetta, l’intenzione è allegra e strafottente. Ricco di antitesi e metonimìe, il testo rimanda alla malinconia, all’accettazione della perdita e alla reazione testarda e vitale.

“Avere ciò che vuoi non vuol dire che si avverano i sogni”.

Sulla stessa linea vitale e reattiva è Auguri, ritorna il tema della considerazione deprimente della realtà contro cui non possiamo lottare più di tanto. Viviamo l’evoluzione di noi stessi e ci manca il controllo per pilotarla. Un “buon compleanno” sincero e anticonvenzionale, gli auguri sono per un festeggiato irriverente, sicuramente un caro amico. In questo brano si urla addosso alle ridicolezze degli stereotipi verificati. La carica è di nuovo incazzata e sprezzante.

Le strofe sono accompagnate da un riff semplice ed efficace, colpo di stile quello di lasciarlo solo immaginare, all’inizio dell’ultima strofa. È così orecchiabile da non dover essere ripetuto regolarmente.

“Sai che chi vomita parole è perchè dentro si tiene il resto. E gli impegni in azienda, le ore di sonno perduto sono solo un pretesto”.

In De profundis cambia il tono. Si sente che andiamo verso la fine. L’accompagnamento è morbido e l’atmosfera riflessiva. Le profondità in cui ci perdiamo osservando il nostro intorno, che smuovono gli animi e impongono il ragionamento a chi possiede la sensibilità per vedere, possono essere soffocanti. Si rischia di affogare. Bisogna decidere se ne vale la pena. Vitalità o depressione? La realtà ci appare, ci circonda, ci condiziona. Bella, terribile, noiosa, abbrutente, appassionante. Cadiamo nel buco e reagiamo con forza, osserviamo noi stessi cambiare e appiattirci e risvegliarci e affossarci e rinunciare e rialzarci. Qual è il prezzo della percezione?

“Un olocausto quotidiano delle volontà. Le nevrosi strozzano gli atti d’amore, le pretese giurassiche si estinguono. Questa profondità non vale il prezzo di affogarci dentro”.

Il disco si chiude con Canzone. Un saluto introspettivo profumato di CCCP, esprime quella che mia madre chiama “stuffia”. Il Branco è stanco, stufo, rassegnato. Ha detto quello che doveva, ora chiude facendo spallucce. C’è un lamento in questo brano, braccia cadute e frasi ripetute testardamente, deboli suppliche a cui si rinuncia in partenza.

“Siamo davvero stanchi delle vittorie che perdiamo con stile, dei poeti che vanno a morire nelle loro macerie”.

È giunto il momento di darvi qualche info in più. “Non fate caso al sorriso” esce a gennaio 2017, produzione LDM, secondo solo ad un EP del 2015, intitolato “Il Branco”. La tragedia è che la band si scioglie dopo l’uscita dell’album, avendo considerato esaurito il pozzo a cui attingevano. Bisogna dire che questa scelta porta alla luce una grande umiltà. Personalmente ho apprezzato molto il fatto che abbiano deciso di non insistere caparbiamente come tanti artisti che pur di non scendere dall’onda pubblicano le peggiori vanità e perdono tutta la poesia che sapevano spargere quando la rosa era in piena fioritura.

Penso tuttavia che sia un peccato non poter gustare qualche altra succulenta traccia, speriamo che in un paio d’anni questo pozzo si rabbocchi un pochino. Prima che si svuotasse, comunque, i giovanotti hanno fatto diversi tours fra cui uno di oltre 60 date in Italia, sono stati citati dalla rivista Rolling Stone all’uscita del videoclip di Auguri, sono stati ascoltati, recensiti e rispettati.

Questo album mi ha accompagnata, Francesco ha tradotto in parole le sensazioni che non avevo la capacità di descrivere seppure mi pesassero sulle spalle e mi annodassero lo stomaco, Nicola me le ha urlate in faccia e Leonardo le ha fatte pulsare al ritmo del mio sangue. Pestaggi e abbracci si incontrano in questi brani, e forse dopo quest’analisi capisco di più l’affinità con il punk che non ho fatto altro che criticare. In effetti, forse, quello che aleggia su tutto il disco è il ricordo di un pogo, che è una danza e non una rissa, una rabbia saltellata, uno sfogo di tutto quello che non possiamo cambiare e ci arrabbiamo e ci divertiamo e ci spintoniamo. Poi prendiamo fiato e ripartiamo.

  1. Scomodi
  2. Via Boncompagni
  3. Buonamorte
  4. Augurarsi un addio
  5. Giudizi universali
  6. Aria
  7. Ultimo appello
  8. Auguri
  9. De Profundis
  10. Canzone
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