“Brutalism”_IDLES

Esistono band che ti fanno riflettere, che lasciano tu metta in esame la tua idea di musica, di background musicale, di impatto sonoro e di come questi elementi possano amalgamarsi con o in assenza di coerenza. Per quanto mi riguarda, da qualche tempo a questa parte, questi sono gli IDLES. Devo ammettere che la genesi di questa recensione/“invito all’ascolto” si è rivelata piuttosto travagliata perché, nonostante fossi ben decisa di proporvi il loro debutto discografico – Brutalism, uscito nel marzo 2017 – mi sono trovata a scrivere e cancellare continuamente l’analisi dell’album, come una sorta di Penelope. In questo caso però il mio Ulisse era semplicemente la consapevolezza di essere abbastanza satura di informazioni riguardo Talbot e i suoi compari, in modo da percepire quel senso di sazietà tale che mi permettesse di mettere nero su bianco le mie considerazioni a riguardo.

Su di loro se ne sono scritte di ogni, dagli elogi delle riviste musicali di ogni parte del globo alle recensioni (a mio avviso più snob e superficiali) che li demolivano e tentavano in tutti i modi di etichettarli come dei “poser” che da un momento all’altro si sono svegliati e hanno capito che le sonorità post-punk tirano di più se vuoi parlare di working class e questioni di genere. La miccia che ha innescato questa sorta di rivolta tra quelli che: “Oh! Ma io ascolto punk da tutta la vita, che è ‘sta merda mainstream?”, è stata l’abiura di Joe Talbot, frontman degli IDLES, verso l’attribuzione dell’etichetta “punk” o “post-punk” alla loro musica da parte della critica. Può sembrare una provocazione, certo, ma se non lo fosse?

Andando a ritroso nella storia musicale della band, formatasi a Bristol nel 2009, ci si ritrova davanti a sonorità tutt’altro che punk: i giri di chitarra pizzicati e la voce di Talbot, più mansueta e meno roca, ricordano i The National o qualche brano degli Interpol – quindi decisamente tendenti alla bomba indie rock che si era abbattuta sulla scena musicale mainstream all’inizio degli anni ’10.

Quindi come giustificare questa sterzata verso le atmosfere graffiate e urlate che caratterizzano Brutalism? Si potrebbe dire che l’esperienza fa l’uomo saggio o, forse, le esperienze traumatiche. Il frontman non fa certamente segreto della fonte d’ispirazione di matrice fortemente autobiografica che ha determinato il taglio sonoro di questa prima pubblicazione. In diverse occasioni ha raccontato di come la lunga malattia della madre lo avesse reso un individuo nocivo per sé e per gli altri e, in opposizione, di come la sua morte lo avesse scosso al punto da rimettere in considerazione tutto ciò che fino a quel momento era stato. Brutalism affonda quindi le sue radici nel vissuto, nel trauma, ma vorrebbe essere anche una riflessione sulla questione di genere e una critica verso le politiche del partito unionista britannico.  

Il titolo, che fa riferimento all’architettura brutalista – estremamente pervasiva nelle periferie del Regno Unito a partire dagli anni ’60 – è già un monito per l’ascoltatore: la trama sonora dell’album è solida e a tratti impenetrabile come le colate di cemento di quegli edifici geometrici, ma non privi di fascino. Questa estetica viene rielaborata anche nella cover dell’album che, giocando con le scale dei grigi, raffigura ciò che può sembrare un altare votivo (o una lapide) sopra il quale troneggia un ritratto d’epoca della madre del cantante; il tutto in una cornice asettica e impersonale in cui l’unico colore che spicca è quello dei caratteri carmini che compongono il titolo del lavoro.

Nella prima traccia, “Heel/Heal”, un urlo squarcia il silenzio e al suono di “no surrender!” apre la strada alla sequenza motorik di batteria, sulle note della quale Talbot inizia il suo gracchiante lamento sulle convenzioni stereotipanti e omologanti (andare a vivere in una villetta a schiera, guidare verso il tramonto) che caratterizzano il sogno dell’inglese medio. Il gruppo inizia così a prepararci il palato per i leitmotiv ritmici e tematici che confezionano questa opera prima.

Gli IDLES amano molto giocare con le parole, camminare sempre sul filo dell’ambiguità lessicale e dei riferimenti pop, come nella seconda traccia (“Well Done”) in cui si scagliano contro chi, dalla sua torre d’avorio, cerca di impartire lezioni per una vita “utile” canzonandoti. In un passaggio si ascolta: “Get on your bike, she said/Let them eat cake, she said/Well done!”; in una commistione di citazionismo politico (il primo verso si riferisce ad una frase pronunciata da Norman Tebbit in risposta agli scontri di Brixton del 1981, con cui consigliava alle masse in tumulto di prendere una bicicletta ed andarsi a trovare un lavoro) e storico (Maria Antonietta, il resto lo sapete già), Talbot sintetizza la percezione del divario sempre più evidente che si è creato tra l’élite e la classe operaia.

Questo nodo critico, e non solo, viene affrontato anche in “Mother”, il vero pilastro che sostiene tutto il carosello concettuale dell’album. La linea di basso che cadenza il brano è decisamente prepotente e si amalgama bene con la voce incazzata di Talbot; dopotutto, sta dedicando questo inno alla rabbia a sua madre, figura archetipica attraverso la cui esperienza vengono raccontate le vite delle donne appartenenti alla classe operaia. Vite scandite da orari lavorativi estenuanti, costrette a fare da giocoliere tra più di un impiego alla volta e dimenticate sia dallo Stato sia dalla middle-class assorbita dal tubo catodico, convinti che la realtà venga trasmessa solo in formato 16:9. Anche in questo caso, le capriole lessicali si sprecano: nel ritornello viene urlato a squarciagola “mother fucker” che, scomponendo l’imprecazione a cui siamo più abituati, è indirizzato al governo (il fucker) che ha letteralmente “fottuto” la madre costringendola in questo schema alienante, sottomettendola, tenendola sotto controllo per poi abbandonarla quando la sua capacità produttiva è venuta meno. Sintetizzando, potremmo interpretarlo come un enorme vaffanculo ai modi di produzione capitalistici, di cui la House of Commons si fa complice. Questa recriminazione viene lanciata anche in “Divide & Conquer”, in cui Talbot dice: “A loved one perished at the hand of the baron-hearted right”.

L’album procede a regime serrato, riservandoci qualche momento per riprendere fiato solo nella traccia conclusiva, una sorta di ballad che rievoca lo stile dei primi EP diffusi dopo la formazione del gruppo. Questa scelta potrebbe essere ritenuta come organica e naturale, considerando il ritmo frenetico da cui veniamo trasportati nei primi quaranta minuti circa; ma io, che sono cerebrale per natura, ho ritrovato in questa scelta una contrapposizione interessante. La prima e la seconda traccia rappresentano un po’ i poli negativo e positivo del microcosmo esperienziale della band. È un po’ come se volessero dirci: “questi sono gli IDLES e questi erano gli IDLES, sappiamo essere entrambe le cose che vi piaccia o meno”.

Ritorniamo, quindi, alla domanda lasciata in sospeso all’inizio: il rifiuto per l’attribuzione ad un genere musicale ben definito è una provocazione o no? Dal mio punto di vista, no. Ed è sufficiente ascoltare il loro secondo album, Joy as an Act of Resistance, per capirlo. Nonostante le sonorità siano ancora ascrivibili in quello che potrebbe essere considerato “post-punk”, sembra quasi che il mezzo musicale sia per loro ciò che effettivamente dovrebbe essere per chiunque voglia approcciarsi all’universo-musica: un linguaggio, un mezzo attraverso il quale veicolare un sentimento traducendolo in onde sonore vocali e/o strumentali. Ma, non sapendo cosa aspettarmi da loro, aspetto di ascoltare altro materiale per confermare o smentire questa mia ipotesi.

Dopotutto, chissà se il terzo album degli IDLES non si rivelerà un pentolone di melense sonorità indie pop e canzoni d’amor perduto?

  1. Heel/Heal
  2. Well Done
  3. Mother
  4. Date Night
  5. Faith in the City
  6. 1049 Gotho
  7. Divide & Conquer
  8. Rachel Woo
  9. Stendhal Syndrome
  10. Exeter
  11. Benzocaine
  12. White Privilege
  13. Slow Savage

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