"Spiritual Unity"_ALBERT AYLER TRIO

Sveglia alle 6.45

Ogni giorno

Ogni maledetto giorno che Qualcuno mette in terra

Lento mi trascino verso la cucina

Accendo la macchina del caffè preparata la sera prima per recuperare cinque minuti alla routine mattutina

In bagno ancora con la tazza di caffè e sotto il getto dell’acqua bollente nella speranza che oltre a lavare il sapore della notte sia in grado di aumentare la vitalità mattutina

Mi dirigo in strada districandomi tra bottiglie di vino e birra abbandonate nei bagordi notturni di qualche gruppo di giovani festanti e i meno piacevoli bisogni di qualche cane-uomo abbandonati maleodoranti nel selciato

La mattina è un trascinarsi verso la stazione della Metro cercando monetine nelle tasche per il biglietto, superando nel tragitto mani tese chiedenti aiuto e corpi ancora avvolti tra due e più sacchi a pelo ai margini del marciapiede

La metro è sempre quell’universo cosmopolita e variegato di lingue, di odori, di insensibilità e di verace fretta, tutti a rincorrersi alla ricerca di una puntualità che li porterà chissà dove, a lavoro, ad un appuntamento galante, alla scuola dei figli o semplicemente alla ricerca di un po’ di tepore ristorante

Inforco le cuffie

La prima variazione dei fantasmi ha inizio, mi da fiducia, mi dice che tutto è lineare, che la vita gira come deve girare, è quasi epica l’ouverture, mi strappa un sorriso, mi mette energia e voglia di fare, è un po’ come fermarmi in Piazza Duomo ascoltando il suono della metropoli

Ma che sia vana gloria me lo ricorda bruscamente Il Mago, il timbro del tenore si fa più grave e intimo, riduce il volume sonoro ma si fa più incisivo, inizia a scavarmi tra le vene, mi mette sull’attenti, qualcosa mi si sta insinuando addosso, cerca, non mi lascia scampo, mi fa aprire gli occhi alla ricerca di una via d’uscita, il senso di claustrofobia è elevato, di pari passo con l’agorafobia, mi sento di scappare, si, ma dove?

La via è giusta me la indicano gli Spiriti, un sax ora soave, mi sta guidando, mi dice quella è la strada anche se ancora questi accenti di bassi non mi permettono di diminuire la frequenza del battito

Eppure mi fido

Lo seguo

Lentamente riprendo coscienza di me e del mio stare, al mondo, e in vita

Ancora posso scegliere, ancora mi chiedo se rallentare o accelerare

Il walking sulle corde gravi è incalzante e si contrappone a meraviglia con la voce narrante di ottone e legno, come il mio stare, agitato nella testa ma stranamente pacato nel corpo

Ma l’ansia non va via rimane appesa alla seconda variazione che si erge come un inno ma anziché esplodere di vittoria implode in se stessa e tutto è un nuovo inizio, è di nuovo uno specchio in faccia a mostrarti cosa sei diventato, cosa siamo diventati

È un urlo di insoddisfazione è un urlo di ingiustizia

Mala tempora currunt ora come cinquantaquattro anni fa

Tempi di ingiustizie, di discriminazioni

Tempi di vendetta e di rivincita

Eppure in quel grido, lacerante e disarmonico, LIBERO, intravedo fiducia, forse alla fine ce la farò ce la faremo

Forse

Raccontare chi è stato e cosa è stato Albert Ayler non è cosa da scriversi, già in tanti, meglio di me lo hanno fatto e sicuramente lo farebbero: scrivere del free jazz e di tutte le sue implicazioni musicali, sociali e politiche sarebbe identico. Eppure quella corrente nata agli inizi dei ’60 dello scorso secolo risulta oggi più che mai attuale, e per me colonna sonora quotidiana del mio scorrere e partecipare a questi anni

Buon ascolto.

  1. Ghosts: First variation
  2. The Wizard
  3. Spirits
  4. Ghosts: Second variation
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