"Vida Eterna"_NINOS DU BRASIL

È successo che, una sera di inizio autunno, un pipistrello mi sia piombato in casa. Ha iniziato a vorticare rumorosamente seguendo il perimetro della cucina, disorientato dalla luce e impaurito. O almeno questo è quello che credo, perché il mio istinto primario è stato quello di fuggire dalla stanza per ripararmi dietro una porta. Interrogando l’oracolo conosciuto sotto il nome di Google, ho scoperto che Bologna è dimora di molte colonie di pipistrelli appartenenti a venti specie differenti (che culo!) e che, al di là del fatto che la maggior parte delle cose che sappiamo su di loro è pura fuffa, con assoluta certezza la povera bestiolina era più impaurita dell’esemplare di homo sapiens autrice di questa recensione. Questo episodio mi ha perseguitata per diversi giorni, ispirandomi non un sentimento di terrore, bensì di fascinazione per l’animale che ha deciso di fare una capatina nella mia umile dimora da fuori sede. Ad un certo punto, per pura associazione mentale, mi si è stampata nella mente la cover dell’album Vida Eterna dei Ninos du Brasil – rappresentante, per l’appunto, un pipistrello con fauci aperte e ali dispiegate – e ho deciso di riascoltarlo, dopo almeno un paio di anni da quella volta in cui mi è capitato tra le mani con la stessa dose di casualità rispetto al piccolo mammifero volante di cui sopra.

            Dietro le whiteface e i coriandoli carnevaleschi, divisa ufficiale dei Ninos, si nascondono Nico Vascellari e Nicolò Fortuni – il primo è considerato uno dei maggiori artisti performativi italiani riconosciuti a livello globale, il secondo è stato già impegnato in diversi progetti punk hardcore (tra cui gli Smart Cops e gli Ohuzaru). Anche in questo caso, quindi, ci troviamo a che fare con un progetto dal background composito, caratteristica da cui l’album del 2017 del duo non si sottrae. Negli anni ’90 avrebbero potuto definirlo crossover, poi world music ma, azzardando un prestito rimaneggiato dal vocabolario queer, considererei le sonorità su cui svolazza Vida Eterna come “genre” bender. Dalla prima all’ultima traccia si fondono ritmi batucada, cumbia, techno in 4/4, industrial ed un pizzico di psytrance goa. Ciò che lega tutti questi generi è, oltre alla notevole produzione ad opera di Congorock, la gamma strumentale impiegata dal duo veneto: oltre al classico catalogo di sample mandati in loop, le percussioni sono eseguite con strumenti reali e talvolta di riciclo (bombole del gas, carrelli ecc.). Questa è una tendenza che da qualche anno a questa parte si sta facendo sempre più largo nel mondo della musica elettronica e che, personalmente, apprezzo tantissimo; non solo conferiscono una profondità melodica più corposa e tridimensionale, dando l’impressione di riuscire fisicamente ad entrare nel sound, ma danno vita ad un matrimonio tra nuovo ed arcaico, ricucendo i due capi della stringa temporale della storia della musica.

            Se nelle prime due pubblicazioni, Muito N.D.B. (2012) e Novos Mistérios (2014), la costante tribale è più pronunciata e grezza, in Vida Eterna l’impressione che si crea è quella di partecipare ad un rave in una vecchia struttura industriale rigurgitata in mezzo alla foresta Amazzonica brasiliana e assimilata nuovamente dalla flora. Le sonorità da carnevale di Rio vengono incorniciate da un’atmosfera molto più misteriosa, a tratti esoterica. In questo contesto, l’opera dell’artista americana Monster Chetwynd (fu Marvin Gaye Chetwynd) prestata per l’artwork del disco, sembra calzare a pennello: il pipistrello è un animale notturno, su cui la cultura popolare occidentale ha creato una sterminata letteratura orrorifica, ma soprattutto si orienta grazie agli impulsi sonori. Proprio come loro, anche la fauna dei club si fa avvolgere dalle tenebre e organizza ciecamente la sua danza in base al ritmo. Le articolazioni si sciolgono, gli occhi si chiudono e tutt’un tratto sembra che tu sia in preda a qualche misterioso incantesimo sciamanico.

            Ad un ascolto più attento però, Vida Eterna sembra anche rivelare una narrazione divisa in capitoli: dietro i titoli in portoghese che compongono la tracklist si svela un vero e proprio percorso escatologico da poema dantesco. Come nella Commedia, anche l’ascoltatore si perde nella “foresta oscura” inseguendo i sibili prodotti dal vento (“O Vento Chama Seu Nome”) che striscia fino ai suoi piedi, pronto a condurlo in una avventura notturna (“No Meio da Noite”). Arresosi a questa voce seducente (“Condenado por un Idioma Desconhecido”), dovrà mantenere alta la guardia perché non si sa mai cosa possa nascondersi nell’oscurità (“Algo ou Alguém Entre as Árvores”); andando avanti nel suo percorso, scoprirà l’universo magico e rituale delle tribù indigene (“O Som de Ossos”, “A Magia do Rei, Pt.2”), per poi trovare una via di fuga avvolto nella luce dell’alba (“Em Que o Rio do Mar Se Torna”, “Vagalumes Piralampos”).

            In qualunque modo voi vogliate interpretare l’ultimo lavoro dei Ninos, che sia semplicemente come una giungla sonora o come sottofondo musicale ad un viaggio lisergico, vale la pena lasciarsi sedurre dalle sensazioni che vi indurrà. Perché, proprio come quando venite colti di sorpresa da una creatura della notte che si introduce in casa vostra senza invito, la soluzione è solo una: aprite tutte le finestre e spegnete la luce.

  1. O Vento Chama Seu Nome
  2. No Meio da Noite
  3. Condenado por un Idioma Desconhecido
  4. Algo ou Alguém Entre as Árvores
  5. O Som de Ossos
  6. A Magia do Rei, Pt.2
  7. Em Que o Rio do Mar Se Torna
  8. Vagalumes Piralampos (feat. Arto Lindsay)

Condividi l'articolo: