"For Emma, Forever Ago"_BON IVER

La mononucleosi contratta da ragazzino, una serie televisiva ambientata in Alaska, lo scioglimento di una band e la fine di una relazione. Justin Vernon era tutte queste cose insieme quando ha scritto, un po’ per affrontare la solitudine emotiva e un po’ per contrastare il gelido isolamento del Wisconsin, il primo album dei Bon Iver. Un disco che chiamerei quasi un lamento. E “lamento”, nel suo etimo, significa proprio “gridare, dimostrare con cordoglio e lacrime il proprio dolore”. Justin come il profeta Geremia, questo disco come un libro della Bibbia. Una Elegia.Forse è questo il titolo che darei a “For Emma Forever Ago”: non un album, ma una Elegia. Ma è anche una catarsi, perché ogni nota, ogni parola, ogni silenzio qui risuonano come una liberazione, come dei punti rimossi dopo una operazione, come il bisbigliare di una confessione: Justin suona tutti gli strumenti, registra tutti i rumori, prendendo quasi in giro ogni regola di produzione musicale in favore della cruda verità. E il vero si esprime al massimo tramite anche il suo, ironia della sorte, falsetto.

Il disco si apre con Flume, quasi un inno all’amore materno, primo esempio di amore e perciò valido (si spera) modello per imparare ad amare se stessi, diventando essi stessi la propria madre (“Sono mia madre là, sul muro, assieme a tutti noi”). In questa prima canzone c’è già tutta l’anima del disco: le piccole “imperfezioni”, la semplicità degli arrangiamenti strumentali, il falsetto cristallino e la dimostrazione della capacità di scrivere magnifiche melodie. In una intervista Justin ha dichiarato che rispetto al suo precedente modo di scrivere qui ha provato a lasciarsi andare liberamente nella creazione delle linee melodiche, trovando poi le parole e le sillabe giuste per ogni nota, riuscendo comunque ad imprimere un significato preciso e profondo ai suoi testi. È partito dal significante per arrivare al significato.

E a proposito di significati: in un’altra intervista Justin risponde alla richiesta di delucidazioni su questa Emma citata nel titolo dicendo che “Emma non è una persona; Emma è un posto dove rimani intrappolato; Emma è un dolore che non puoi cancellare”.

La seconda traccia, Lump Sum, è forse il primo passo verso il secondo tipo di amore, quello che si prova durante una relazione o comunque verso un’altra persona (descritto nella sua veste più sofferta nel terzo brano). Un attraversamento: il testo parla di un cambiamento (“ho venduto il mio cavallo rosso per una casa di ventura”) e di malattia psichica (“metti ogni cosa nella depressione”). Uno spostamento. Sia di pensiero (dal sé in relazione alla madre al sé in relazione a se stesso) che fisico. Il ritmo dell’arrangiamento è più incalzante di quello di Flume ed è tra l’altro sottolineato da un quasi costante tappeto creato prima da una cassa che scandisce i battiti (potrebbe essere il rumore di una persona che si muove) e poi da un sommesso rullante suonato con le spazzole. Completamente in contrasto col resto del brano è invece l’introduzione: l’armonia vocale creata ricorda quasi una lode, un salmo: perfetto proseguio della “messa” cantata da J. V. Celebrata forse più per sé stesso che per dei fedeli.

Terzo brano: Skinny love. Questo è stato il primo incontro che ho avuto con Bon Iver. Mai avrei immaginato di trovarmi davanti ad un capolavoro. Una chitarra 12 corde, accordatura aperta (si intende così quando suonando le corde della chitarra senza premere alcun tasto il suono che ne esce è quello di un accordo, cosa che normalmente succede mettendo le dita in posizioni precise sulla tastiera; questo permette di avere delle sonorità molto diverse, date dalle diverse frequenze delle corde e dal loro intrecciarsi acusticamente) una voce magnifica, un testo eccezionale. Dopo anni, mi trovoa scrivere questa recensione e riascoltando in maniera diversa questi pezzi che conosco a memoria, mi accorgo di particolari ai quali non avevo fatto caso. Ad esempio: nonostante non creda molto che scrivendo un pezzo si debba dare significato alla musica in relazione alle parole, qui sembrerebbe quasi che la scelta di adoperare una chitarra 12 corde sia stata fatta in maniera molto ponderata. Come se il sovrapporsi di 6 corde normali a 6 corde più sottili evochi l’unirsi di due persone, all’unisono ma non perfettamente intonate: skinny love, un amore magro, gracile, sottile. Ma comunque un amore che ha suonato in armonia e che continuerà a suonare in un altro modo anche dopo la rottura (“al mattino sarò con te, ma sarà in una maniera diversa”).

The Wolves (Act I and II) incomincia quasi come un gospel, ma senza il tema salvifico tipico della musica sacra afroamericana del ‘900: “un giorno il mio dolore ti segnerà”. E all’armonia corale risponde l’antifona, implacabile anch’essa “[…]la mattina ti chiamerò, non puoi trovare una scusa ora che i tuoi occhi sono dipinti di blu Sinatra”. Ma ad una seconda lettura del testo forse ci si rende conto che qui J.V. sia, oltre che accusatorio, anche speranzoso, come se volesse in qualche modo ricostruire qualcosa che si è rotto. La coda del pezzo suona come un mantra, ripetendo sempre la stessa frase (“quello che sarebbe potuto andar perso non mi preoccupa”) incalzata da un tappeto ritmico sempre più confusionario, in crescendo, evocativo di un disagio ed una rottura. In chiusura riprende il gospel, questa volta cantato sempre in maniere e ad altezze diverse da più voci: “un giorno il mio dolore…un giorno il mio dolore…un giorno il mio dolore…”.

Blindsided, quinta traccia dopo una piccola introduzione di suoni “tagliuzzati”, parte (da 00:11) con un continuum di bassi suonati con il pollice sulla chitarra in sincrono con la cassa che scandisce i battiti mentre le altre dita della mano raddoppiano la melodia vocale. Così per più di 40 secondi. Fino a che un balzo non ci porta fuori dal loop, con un magnifico intervallo di settima maggiore che ci coglie alla sprovvista, proprio come il titolo stesso aveva annunciato. In questa canzone sembra quasi di riuscire a percepire il freddo inverno del Wisconsin, la casa da caccia dove il disco è stato registrato, le possibili passeggiate nella neve in totale solitudine compiute tra una sessione e l’altra (“forgio la finestra, lento e storpio a causa del dolore”; “i miei piedi sciolgono la neve”). Anche qui non manca una richiesta di aiuto, rivolta forse al suo finito amore o semplicemente a qualcuno che possa salvarlo da questa agonia: “correresti davvero fuori per me, adesso?”.

A seguire un brano difficile da interpretare: Creature fear sembra una quiete ed una tempesta allo stesso momento. Il tempo ternario ci invita al ballo, una lenta danza cullata da parole. Alla danza iniziale si contrappone una ossessiva ritmica in ottavi che sveste il brano della sua caratteristica ballabile in uno stile quasi punk ed una ascesa cromatica che ricorda i movimenti dei bassi “alla Beatles”, finita la quale la dinamica torna improvvisamente giù, cola a picco: chitarra, voce e spazzole sul rullante, il non plus ultra della musica folk. La seconda impennata dinamica è questa volta accompagnata anche dalla batteria, in “obbligato” con la chitarra. Dal basso si dispiega un riff e in perfetta soluzione di continuità inizia Team, unico brano strumentale del disco, ponte perfetto verso gli ultimi due brani, che per me rappresentano un po’ il congedo, la partenza, il perdono(?). Team si chiude con una piccola melodia fischiettata, quasi una presa in giro, un prendersi in giro, finalmente.

For Emma, Forever ago, title track dell’album, è una di quelle canzoni che nonostante il “mood” possa sembrare quantomeno allegro, il testo invece ne mostra i suoi lati più oscuri, terribili, tristi: due persone si parlano, forse per l’ultima volta: “va e trova un altro amore”. In questo brano compaiono due strumenti a fiato, con un arrangiamento quasi “bandistico” ma che, a mio avviso, denotano invece una ricerca di solennità non indifferente A metà del brano una chitarra suonata con lo slide sorvola alcune note, dolcemente, dal grave all’acuto e ritorno, quasi fosse un saluto. Il tutto sorretto da una sottile melodia suonata dalla tromba che si dispiega sull’armonia del ritornello in un crescendo necessario ad una fine maestosa. Il fade out riporta tutto nella vita vera, facendoci intendere che anche le cose più belle, ad un certo punto, possono concludersi. E forse è giusto che sia così.

Così come questo disco che termina con Re:stacks. Questa canzone parla di come il passato alla fine sia sempre qualcosa che ci si porta dietro sulla schiena, come un “carico di scaffali e roba ammassata”. Roba che di solito custodiamo “nel retro”, ma che ad un certo punto arriva anche il momento di disfarsene: la canzone è una intimissima chitarra e voce, con pochissimi over-dub (praticamente solo il cantato è doppiato). Chitarra che anche qui possiede un’accordatura aperta. Notevole anche la scelta di iniziare la canzone con un accordo sospeso e l’utilizzo di molti accordi estesi dove però le note aggiunte si trovano diciamo “in mezzo” all’accordo e non nei registri più alti, così da creare una serie di piccoli cluster che danno all’accompagnamento un tratto distintivo tipico della poetica di Bon Iver.

L’ultima strofa della canzone è il riassunto perfetto di tutto il disco, sia dal punto di vista prettamente sonoro che lirico: “questo non è il suono di un uomo nuovo/o di una friabile consapevolezza/è il suono dell’aprirsi, dell’alleggerirsi fino a volar via/il tuo amore sarà/al sicuro con me.”

Chiuso con il passato, si rende conto che il cambiamento non è per forza sinonimo di rinnovamento, ma può essere anche simile ad una rottura, ad una serratura che si sblocca e permette di disfarsi dei propri carichi di roba ammassata buttandoli fuori, alleggerendosi fino a volar via.

Credo che da qui in poi Bon Iver, nella mente e nelle mani di Justin Vernon, abbia incominciato a volare senza saperlo e, a conferma di ciò, vi invito ad ascoltare gli album successivi a questo, dove l’evoluzione dell’uomo J.V. è palpabile, evidente, notevole. È la fede nel suono. È quasi “religione”, nel suo etimo di “raccolta di formule e atti sacri”. Perché per me, questo disco come praticamente tutto il lavoro di Bon Iver, è l’esempio più vicino in musica ad un testo sacro. Vangelo. Amen.

  1. Flume
  2. Lump Sum
  3. Skinny Love
  4. The Wolves (act I and II)
  5. Blindsided
  6. Creature Frea
  7. Team
  8. For Emma
  9. Re:Stacks
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