"L'almanacco del giorno prima"_DENTE

La necessità di possedere questo disco non riguarda un chè di consumistico.

È davvero importante sfogliare tra le dita il libretto (azione che facciamo sempre meno) per capire l’importanza di questo album nella sua interezza.

La copertina de “L’almanacco del giorno prima” è un cartogramma dell’emotività di Dente che esprime al massimo della sua espressione il suo livello di composizione sia musicale che testuale. All’interno della rappresentazione geografica – tutta avvallamenti e colori che evidenziano temperature atmosferiche diverse – troviamo i piccoli titoli del disco, sparsi tra meridiani e paralleli immaginari.

All’ascolto, il disco ci appare come il meglio riuscito del cantautore.

Sebbene tutti i suoi pezzi siano caratterizzati da una ludicità di fondo, per i giochi di parole e per la scelta strumentale, queste 12 tracce posseggono una maturità che Dente non è riuscito a ri-raggiungere negli album successivi. Forse il segreto – non tanto segreto – di queste alte vette sono tutte racchiuse nell’elementarietà degli elementi che ne compongono le parti. Il cinismo beffardo dei testi, composti in modo da raddoppiare il senso della ripetizione sonora, creano un’aria giocosa, sebbene gli argomenti delle canzoni poggino sempre su un pessimismo senza speranza, senza possibilità di risalita nel reale. L’elemento immaginativo diviene in questo modo l’unica certezza alla quale appigliarsi (“Ho immaginato tanto e ho visto molto poco”) come possibilità di dare ancora un senso di compiutezza a dei giorni che passano quasi vanificandosi (in questo senso consigliamo l’ascolto di “Al Manakh”).

Quelle di Dente sono delle ballate che si impongono come moderne per effettività nonostante la scelta d’uso di strumenti quali il clavicembalo: questo strumento viene adoperato e suonato per l’intero album in modo quasi classicheggiante, senza discostarsi dalla tradizione sonora di un certo tipo di musica. Ma per continuare il gioco del beffardo continuo, il clavicembalo diviene uno strumento pop protagonista delle sonorità dell’ultimo brano che ci fa intendere come l’album nella sua compiutezza segua, sì, una certa tradizione cantautoriale, ma sempre con quel modo (tipico di Dente) di innovazione stilistica che in Dente ritroviamo soprattutto nei ritornelli.

Le strutture delle canzoni di Dente non sono mai ripetitive. Ci sorprende il suo modo di escogitare strutture che si contraddicano tra di loro nel proprio susseguirsi temporale. Interessanti sono le scelte di proporre ritornelli con strutture a frattale che rientrando in se stesse potrebbero risuonare per ore. Altrettanto interessante è la scelta di non far risuonare nessun ritornello o accennarlo soltanto o decidere (come in “Fatti viva”) di sostituire il ritornello con un intermezzo musicale.

La non necessarietà del ritornello ci fa comprendere la giocosità del cantautore nel suo atto di creazione, che alterna momenti di estrema lucidità (e limpidezza vocale) a catastrofiche ripercussioni in sé ed è come se i testi stessi giustificassero questo sporcarsi dei suoni, questa confusione che si fa visuale e quasi tattile all’ascolto.

“A me non mi hanno dato i muscoli, ma un paio di miracoli che ho già buttato via”: è il cinismo che rende tutto così tristemente giocante?

I motivi giocosi delle ballate di Dente nascondo una malinconia che si cela sempre attraverso un’ironia sottile, di chi non ha più la possibilità di farsi sorprendere, ma che tuttavia continua a ballare alla vita, in onore della vita, ubriacandosi di vita.

  1. Chiuso dall’interno
  2. Invece tu
  3. Miracoli
  4. Fatti viva
  5. Al Manakh
  6. Un fiore sulla luna
  7. Coniugati passeggiare
  8. Gita fuori luogo
  9. Casa mia
  10. Meglio degli dei
  11. I miei pensieri e viceversa
  12. Remedios Maria
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