"SCAPESTRO. SHURHÙQ. 2018"_Scapestro

(Fino a quando è durata)

Ѽ  Poem-blurb di Valeria Alessandri  Ѽ

Arrivo alla festa di compleanno che non ho il regalo. È successo tutto così in fretta. Non ci credo che ci sta Bennato. L’eu-genio! Arrivo che si è già mangiato tanto. Io trangugio per stare al passo. Di danza. Tutta la stanza risuona di gente che la fa. Si sta infatti per lo più in piedi. A bere e a cantare. I musicanti però seduti. E ce ne stanno due vicinissimi. Quasi l’uno dentro l’altra. Lui ha gli occhi affondati nell’avanti e lei sa così tante cose che non parla. “Piacere, Fulvio” ma non toglie le mani dalla chitarra. Lei sempre aperta nel silenzio mi lancia i suoi sorrisi. Saprò poi che si chiama Chiara. Confusione tutt’attorno. È il momento della torta. Spengono le luci tacciono le voci. Degli altri. Finché non arriva il de(s)sert-o. «Col suo abito rosso». No, è lo scirocco che ci ha raggiunti in salotto. «E brucia come fuoco risalendo la schiena». Sarà sceicco sarà sceriffo. Quest’uomo di cui la voce è un volo a planare. Non scappa. Vento che s’adagia grave. Benché nato da tempeste. Lei s’appoggia e ne sostiene il soffio, come sabbia sottile affina lo spazio sonoro dei fraseggi. E lo accompagna. “Bellissimo, ma cos’è?” — “Shurùq”, mi dice Fulvio. Così scopro la prima traccia di un paesaggio musico. Fulvio Di Nocera, in arte Scapestro, ha chiamato il suo album d’esordio come il vento di mezzogiorno. Caldo arabico, viene dal sud-est e viaggia “scapigliando” il folk, “sciroccando” il country sino a “gipsyare su un romantico francese.

Torno a casa. Sfatto è il trucco. Io fatta di cose belle. Mi rifaccio di musica. Nessun Dono (traccia 6); seleziono seguendo un ordine emotivo. Annego in una milonga blu «e nel mio bere / che poi mi sembra meglio / almeno fino al risveglio». Resta comunque la fame per quello che non si è riusciti a dare. Non è più l’amare il posto dove posso annegare? A’mmare vorrei andare. Invece sto chiusa «in questa camera d’albergo che sa di vecchio come il rosa alle pareti». Più marcio delle tappezzerie alla Tindersticks. Rented Rooms senza fronzoli. Via gli ottoni e l’alto pop anni ’50. Ecco l’amara solitudine versta nel bicchiere. Ad ogni tocco d’archetto sulle viole. Vuoto. Così argentinamente suona il tempo dell’angoscia. Come a volerlo gonfiare vado all’ultima traccia dove ha inizio la fine messianica. Melodia e ritmi sono i più distesi di tutto l’album. Dell’intero paesaggio, il pezzo alieno che lo agguanta in una sintesi cosmica. Come a volersi professare Anime Salve senza il paracadute testuale Fossati-De André. Solo allucinazioni da intravedere, le parole. Sulla scia tonda di uno slow tempo. Il giro del mondo galleggia al di là della consistenza sonora di cui si costituiscono tutti gli altri brani. Questi appartengono alla Terra con il vento, l’acqua, la sabbia, le pietre. La traccia 10 (Il giro del mondo) invece è diversa. Un mandala di pulviscoli riverberanti in continua rarefazione. L’Universo. Perché tutto finisce in un nuovo inizio quando «il lupo si mangia un po’ tutto».

Contro la paura, comunque, sommariamente, la sfida di questo viaggio scapestrato!

Mi rallegro di forza “sinistra”, allora, ballando sul tempo zingaro di chi si divincola dalla stretta dei «padroni [che] sono sempre dietro l’angolo». Così «voglio vivere ridendo la mia libertà / rispettandone i confini senza aver paura» canta in apertura Loveboat. E risponde Di Fronte, la sua sorella gemella: «immagina la vita che scorre come un fiume / detesto queste regole detesto il buon costume». Con questo piglio randagio mi muovo ancora per la stanza in cerca di un altro tempo dove centrare la durata. Sento, per esempio, che essere pronti non vuol dire andar di fretta. Butto la bottiglia e vorrei farmi fulgente per contrastare quel Passatempo noiosissimo che è la frenesia odierna (traccia 4). Sarei lesta solo per scappare da tutti quelli che «hanno fretta», dalla spossatezza che sveglia i sogni. E quanto «sono stanco di una vita sempre uguale»! Nemmeno so più respirare in 2. Sempre uguale e sempreugualesempreugualesempreuguale dove andiamo?

L’eccezione, dunque, che ci può salvare da questa accelerazione vacua non è qualcosa che agita né niente che innalza. Non un cambiamento repentino o fortuito. Ma il movimento ondulatorio e fluido dell’attesa che ci spinge nella profondità delle cose. Si è disposti ad aspettare soltanto quando c’è qualcosa che reputiamo importante. Allora si è fermi, senza bloccarsi mai. Attaccarsi con i denti? Solo così non si muore di fame, Fulvio? Mi sorprendo a pensare ed ho gli occhi lucidi. Tutto il resto di me è ubriaco.

Allora risuonano le voci della festa. Dritte davanti a me. Chiare come light-cones. Non mi ricordo. Mi accordo.

Suona la 5. Vado per un po’: «con lei avevo fretta / con te invece aspetto».

IO: “Aspettare significa prestare attenzione?”

F: “Si, assolutamente”

IO: “Il tempo della cura nonché dell’amore?”

F: “La cura del tempo che passa è l’Amore”

IO+F+C: 1238857309842984487663726462

  1. Loveboat
  2. Sempre uguale
  3. Di fronte
  4. Passatempo
  5. Vado per un po’
  6. Nessun dono
  7. Shurhùq
  8. Essere di Luce
  9. Cosa manca
  10. Il giro del mondo
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