"Nobodypanic"_/HANDLOGIC

I Beatles post-India; i Radiohead; i primi King Crimson; gli Yes; gli Oregon; gli Unknown Mortal Orchestra; i Massive Attack e perché no, anche i Bluvertigo: per me, che non sono tanto bravo nelle associazioni musicali, soprattutto quando così velate, questi sono gli Handlogic.

Band fiorentina composta da Lorenzo Pellegrini, Leonard Blanche e i fratelli Alessandro e Daniele Cianferoni aveva già fatto parlar di sé tempo fa, con la pubblicazione del loro primo Ep (2016, autoprodotto): quattro brani che già comprendevano tutto il linguaggio ed il sound di questa band che presentava un’opera prima matura e ben strutturata; direi da lode.

Tre anni dopo, trascorsi tra concerti, premi, festival, remixes e una “spettacolare e coraggiosissima” cover di Blackbird dei Beatles (e dico spettacolare e coraggiosissima perché a mio avviso cimentarsi nella reinterpretazione di un classico, dei Beatles per giunta, potrebbe essere un atto suicida; ma il suicidio è stato scampato; egregiamente e con eleganza; chapeu; la trovate su Youtube) pubblicano il loro primo LP dal titolo Nobodypanic (Woodworm per Artist First): 9 tracce di cui 8 originali ed un’altra rischiosa cover: Paranoid Android dei Radiohead. Pausa.

Domenica mattina. Il privato incombe e mi tocca pulire la cucina della casa in cui vivo. Di sottofondo il disco degli Handlogic (tra l’altro visti dal vivo la sera prima a Milano e, usando una espressione che piace tanto ai giovani, “spaccano di brutto”). 35 minuti dopo, inaspettatamente, il mio cellulare fa ripartire il disco dall’inizio. Mi sono serviti due brani per rendermene conto. Questo per far capire che questo disco potrebbe essere un perfetto ciclo infinito, una rinascita continua in cui ogni ascolto è un valore aggiunto. E nonostante io non sia propriamente un fan dei musicisti italiani che cantano in inglese mi sono dovuto ricredere. Con piacere.

Ho deciso che non cercherò significati meta-testuali nella musica né meta-musicali nei testi.

Non cercherò traduzioni inglese-italiano adatte a riassumere concetti o ad esprimere cosa l’autore abbia inteso o voluto intendere in un’altra lingua.

Tenterò di analizzare esclusivamente il suono, sia esso proveniente da un corpo in forma di voce o da uno strumento, acustico o digitale che sia.

La prima traccia del disco è “Supernatural”: un intro minimale, chitarra e voce, al quale si aggiungono, in contrappunto, il basso ed un ulteriore suono, che doppia la voce ma la quale provenienza non è importante conoscerla. In lontananza sopraggiunge anche una tromba ovattata, in stile quasi “cool jazz” che ripete il tema della strofa, adesso sola. Dolce la voce, dolce lo strumento a fiato, come provenienti dalla stessa fonte. Il ritornello esplode all’improvviso: distorsioni, obbligati, sincopi, tutto assolutamente controllato dalla melodia. Questa una caratteristica degli Handlogic: ogni possibile complessità di produzione o arrangiamento è sempre sovrastata da una precisa linea vocale, come se ci fosse una sorta di domatore che gestisce dei leoni.

La seconda traccia si intitola “Ego”: anche qui l’introduzione è affidata alle chitarre, le quali sviluppano il tema principale del ritornello. Chitarre suonate con le dita (si nota l’attacco dovuto alle unghie sulle corde). La strofa sembrerebbe prevedere un crescendo ma al suo termine una armonia vocale (altra caratteristica principale del gruppo) rende questo momento etereo, accompagnato da un sovrapporsi di chitarre che modulano inaspettatamente in chiave minore l’armonia. Poi un pre-ritornello quasi sussurrato crea un piccolo vuoto, colmato da un synth (decisamente aggressivo) sull’ultimo quarto della battuta che precede poi il ritornello vero e proprio. I quattro musicisti sono molto preparati e questo si nota dalle soluzioni armoniche spesso imprevedibili il che, a mio avviso, è proprio una loro cifra stilistica.

Il terzo brano è “Communicate” (su YouTube il video diretto da Erika Errante): forse il pezzo più “violento” del disco. Qui sento davvero i Radiohead di metà anni ’90, mentre nel ritornello mi par di notare una certa virata verso gruppi più cross-over, uno su tutti i Rage Against The Machine, soprattutto per l’uso degli strumenti a corda, spesso all’unisono. L’assolo di chitarra (ho fatto una ricerca: è suonato da un computer) ricorda proprio le sperimentazioni di Johnny Greenwood e Tom Morello nel voler usare la chitarra come produttrice di suoni e non come una chitarra “tout court”.

Giro di boa con “Long Distance Relationship”: una ballad di più facile lettura, con ambientazioni folk-jazz (Norah Jones più Europea?), necessaria per aiutare l’ascoltatore a “resettare” le orecchie in favore dei successivi ascolti.

Quinto brano è “Scribbles”: evidenti le influenze dei Massive Attack di Mezzanine, ma anche di Bob Dylan e delle melodie scritte da Paul McCartney negli ultimi Beatles. Ogni armonizzazione vocale, ogni coro, ogni lettera pronunciata ha un ruolo preciso nell’orchestrazione, a riprova del fatto che la gestazione di questo disco è stata sicuramente lunga e sofferta. E mi verrebbe da dire “per fortuna”.

“Perched” ci accompagna verso gli ultimi due brani (escludendo la cover di Paranoid Android) come una ninna nanna, suonata in primis da un glockenspiel e poi cantata in armonia con una voce “pitchata” (alcune ottave sopra la linea vocale principale), come se un bambino cantasse insieme a Lorenzo. Il tema principale si ripropone come un mantra più e più volte, sorretto da strumenti diversi ed armonie diverse, come se ci fosse una meta ma mille strade per raggiungerle (e qui la retorica si spreca, nda).

Settimo brano è “Gratitude”: una sorta di preludio della fine. Un ostinato in levare accompagna tutto il brano. Ossessione che allontana la qualsivoglia pretesa di etichettare questo pezzo come “pop” nell’accezione negativa del termine. Semplice non è sinonimo di facile. Melodia orecchiabile, arrangiamento scarno (presenti anche degli archi nel ritornello) per una possibile hit radiofonica.

Chiude la lista dei brani originali “A Little Life”: Thom Yorke è la prima associazione che mi viene in mente, senza pensarci troppo. “Pyramid song”, se mi sforzo un po’ di più. Ma solo come un ricordo lontano. Il brano non si sviluppa, bensì implode nel suono. A poco a poco gli strumenti si “rompono” fino ad una coda completamente disgregata, “rovina” (con il fascino di un tempio) di un lavoro che a mio avviso potrebbe entrare come tra le migliori nuove proposte del genere (sempre che si riesca davvero a definirlo).

Che dire su “Paranoid Android”?. Questa non è una cover. È propriamente un omaggio: la canzone risulta nuova, come se fosse un pezzo degli Handlogic stessi che hanno preso in prestito (non gliene vorranno i Radiohead) testo e melodia del capolavoro tratto da “Ok Computer”. Ricostruito come un mosaico dove ogni frammento posto di fianco ad un altro presenta immagini nuove, colori nuovi, suoni nuovi, soluzioni nuove.

 “Thank you for the ride”, unica citazione che mi sento di fare del disco. Grazie per il passaggio.

  1. Supernatural
  2. Ego
  3. Communicate
  4. Long Distance Relationship
  5. Scribbles
  6. Gratitude
  7. Perched
  8. A little life
  9. Paranoid android
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