"Slow and Heavy"_DIPLODOCUS

Prima di parlare di quest’album sarebbe necessaria un’introduzione che spieghi che cosa sia il dungeon synth. Si tratta di un genere di nicchia, nato dall’incontro tra il black metal più narrativo e meno oltranzista (su tutti i tolkieniani Summoning, numi tutelari del genere, che non temono l’uso dei sintetizzatori, né di definirsi antifascisti) e le derive più dark di certo ambient: dal primo prende soprattutto l’orientamento verso la creazione di paesaggi sonori e il carattere immaginifico, lasciandosi dietro le chitarre nella maggior parte dei casi; dal secondo prende la strumentazione e gli arrangiamenti. Ciò che ne risulta sono dischi basati principalmente su tappeti di sintetizzatori, contro cui si stagliano melodie più o meno complesse, attraverso le quali si cerca di narrare una storia, sia essa originale o basata su concept preesistenti. Può sembrare una descrizione adatta alle soundtrack di vecchi videogiochi strategici, e in alcuni casi vi sono interessanti sovrapposizioni. Spesso legato a un’etica DIY (il che non significa necessariamente lo-fi, come dimostrano progetti quali Fief o Erang), è un genere che vive principalmente tra YouTube (si veda soprattutto il canale The Dungeon Synth Archive) e Bandcamp, e al di là del digitale vede il suo formato prediletto nella musicassetta (eh sì). E proprio dal canale YouTube mi è stato consigliato Slow and Heavy di Diplodocus.

Il lato A dell’album, pubblicato il 16 agosto del 2019, viene presentato come “ispirato dai classici del dungeon synth, e dalle antiquate rappresentazioni dei dinosauri nei fumetti, nei film muti, e nei vecchi libri per bambini”. L’interpretazione offerta da Diplodocus è incontrovertibilmente, e a suo credito molto onestamente, umana (e non potrebbe essere altrimenti, mi viene da aggiungere). Quello che Slow and Heavy vuole raffigurare è un punto di vista umano su un mondo pre-umano, la cui scoperta però ha contribuito a costruire l’umano attuale in maniera decisiva (come viene detto bene qui). Da questo punto di vista la copertina non fa difetto: un paesaggio preistorico nel quale campeggiano dinosauri e piante, con un bel teropode a dominare la scena. Lo stile è appunto quello delle vecchie illustrazioni paleo-art, nelle quali il rigore era sacrificato sull’altare dell’efficacia narrativa. Sia detto di passaggio, il vero protagonista della cover è però il dinosauro eponimo, il Diplodocus, assente quasi rumorosamente.

L’opener “Prowl of the Concavenator” mostra fin da subito gli stilemi caratterizzanti il progetto: campionamenti di versi e ruggiti, linee melodiche dilatate ma facilmente assimilabili, e soprattutto – ciò che sorprende, visto il genere – un incedere ritmico cadenzato e inarrestabile, quasi ineluttabile, proprio come l’aggirarsi in cerca della preda del Concavenator. Come ogni progetto dungeon synth che si rispetti, anche Slow and Heavy richiede all’ascoltatore una sospensione dell’incredulità, tanto più difficile quanto più uditiva, e non visiva: nel momento in cui si decide di assentire a tale richiesta, ecco che Diplodocus ci porta indietro nel tempo, a un tempo in cui l’uomo era ben di là da venire, «quando i dinosauri dominavano la Terra», per citare una delle tagline del più famoso parco a tema sull’argomento. E proprio legata al famigerato parco arriva “Encased in Amber”, che rispetta, pur variandoli, gli elementi menzionati precedentemente. Una chiave quasi pastorale, a suo modo, è quella offerta da “Grazing Antarctopelta”: l’immagine suggerita è quella di un Ankylosaurus al pascolo in una (allora) più verdeggiante Antartide. Ancora una volta ruggiti e versi emessi in mezzo alla vegetazione conducono l’ascoltatore nel “Tanystropheus’ Reign”. A noi scegliere se si tratti di un regno aereo, terrestre, acquatico o ibrido: il basso continuo che accompagna l’intero lato A dell’album si adatta indistintamente a tutti questi contesti. A chiudere il suddetto lato ci pensa “Faint Burning Glimmer in the Mesozoic Sky”: il brano, a tratti più lirico rispetto a quelli che lo precedono, si conclude con un boato, dai lunghi riverberi, forse quelli dell’evento K-T (il famigerato meteorite/asteroide dell’estinzione dei dinosauri). Non tutto è perduto: come ci insegna il dottor Ian Malcolm, opportunamente campionato e rallentato proprio in mezzo al boato, «life… er… finds a way». E nello specifico, la vita trova una sua strada nel lato B del disco, pubblicato il 31 ottobre 2019. Questo lato, è proprio il caso di dirlo, apre con il botto. “Return of the Thunder Lizard”, oltre a dare profonda soddisfazione ai fan del progetto celebrandone il ritorno, richiama un caso paleontologico avvenuto pochi anni fa: la restituzione del rango di dinosauro al Brontosaurus, per molti anni riassorbito sotto l’Apatosaurus (mi rendo conto che siamo ben al di sotto del declassamento del povero Plutone, ma le soddisfazioni nella vita spesso sono queste), che tra l’altro si presenta anche sulla cover del lato B. Dispute tassonomiche a parte, il brano mostra una maggiore maturità compositiva, grazie a una melodia che si sviluppa progressivamente lungo tutta la traccia, sempre sul costante tappeto ritmico caratteristico del progetto. Come prevedibile, tornano anche i versi animaleschi, a sancire i passaggi tra le varie tracce. Con “Plotting Cynodonts” continua a emergere una maggiore dimestichezza con gli arrangiamenti (in termini di layers e di dinamica), che in “Primal Rage” si esprime anche armonicamente, attraverso un uso ortodosso ma sapiente di melodie ‘orientaleggianti’ (cioè, abbassando il II e/o il V grado di un semitono o roba simile). Questa soluzione, che in genere viene utilizzata per ottenere effetti stranianti, sortisce in questo contesto un effetto paradossalmente opposto, segnalando una presenza, quantomeno nella chiave narrativa, incontrovertibilmente umana. Di nuovo, non che tutto il resto non lo sia: tutto sommato non credo che questa fosse la musica dei dinosauri, che vi fosse una musica al tempo dei dinosauri, etc.; però credo che da parte di Diplodocus vi sia una certa consapevolezza del carattere profondamente umano della questione dinosauri, e che certe scelte non avvengano per caso. Ed effettivamente il brano contiene un sample da The Lost World, film del 1960 che adatta, molto molto molto vagamente, l’omonimo romanzo di Arthur Conan Doyle. Il passaggio campionato è «Although I have never reached the top, from the base of that plateau… I have seen these creatures with my own eyes». Quasi senza soluzione di continuità si arriva all’ultimo brano “Ugrunaaluk Kuukpikensis”. Questa sorta di scioglilingua di derivazione inuit indica una specie di dinosauro su cui non c’è accordo nella comunità scientifica (secondo alcuni sarebbe di fatto un Edmontosaurus). Il brano è l’altra perla del lato, insieme a “Return of the Thunder Lizard”, e in esso ritornano ancora una volta tutti gli elementi distintivi, sintetizzati in maniera profondamente armoniosa: l’arrivo del ruggito finale sul fade-out annuncia la fine del brano e insieme dell’album.

Dalla musica, all’artwork, al concept, Diplodocus mostra come anche in un micro/sottogenere (che dir si voglia) come il dungeon synth, che spesso vive di ciò che lo uccide (la volontà di essere una nicchia liminare) è possibile tirare fuori qualcosa che è al tempo stesso in continuità e in evoluzione. Che ciò possa servire di esempio, è ciò che mi auspico.

A-side

  1. Prowl of the Concavenator
  2. Encased in Amber
  3. Grazing Antarctopelta
  4. Tanystropheus’ Reign
  5. Faint Burning Glimmer in the Mesozoic Sky

B-side

  1. Return of the Thunder Lizard
  2. Plotting Cynodonts
  3. Primal Rage
  4. Ugrunaaluk Kuukpikensis
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