"Liberi liberi"_VASCO ROSSI

Sono arrivata a Roma a fine 2012, per fare l’università. In casa eravamo sei ragazze: condividevamo due bagni, un frigorifero, una lavatrice, due stendini e il maniaco che ci stava dirimpetto, un ragazzo sui trenta che passava il suo tempo a puntarci col laser e ad abbandonare piante altrui sui nostri davanzali. La domenica ascoltava Vasco, a volume molto alto, e si sentiva fin da noi. Anna, che era la mia compagna di stanza, lo odiava anche per questo. A fine aprile, che già faceva caldo e tenevamo le finestre aperte, aveva scritto su facebook: “Caro maniaco della finestra di fronte che ascolti Vasco Rossi a palla: stiamo cercando di studiare e oltretutto Vasco Rossi ci fa schifo!”, e mi aveva taggata. C’erano stati un sacco di like e vari commenti e io non me l’ero sentita di smentire. E così avevo dovuto rinnegare Vasco Rossi.

Poi c’erano stati gli anni venuti subito dopo, gli anni d’oro della mia formazione culturale certo troppo elevata per ascoltare Vasco; ché l’unica cosa nota ai più che mi potevo permettere era Battiato, forse.

Un giorno di un paio d’anni fa però ho trovato l’mp3 dei primi anni del liceo, uno di quelli a forma di supposta, blu con disegnati con un uniposca dei fiori rosa – era stato un periodo, quello, che disegnavo fiori ovunque – e nel limite del mezzo giga c’erano cose abbastanza disparate tipo i R.E.M., i Negramaro, i Good Charlotte, Fabrizio de André, Jovanotti e poi c’era, soprattutto, Vasco.

E mi sono messa ad ascoltarlo, allora, dopo quegli anni di lontananza autoimposta passati a convincermi che non mi piaceva e che fosse stato un errore di gioventù, e ho messo su Domenica Lunatica, e ho messo su Dillo alla luna, e ho messo su Ormai è tardi, e ho messo su Liberi liberi per intero dall’inizio alla fine e poi l’ho rimesso di nuovo altre due volte e ho capito di essere stata una stupida, e ho capito che mi era mancato, Vasco, e che le cose che piacciono a tanti sono, delle volte – mica sempre, ma delle volte – cose belle, e che non sei meglio se non ascolti Vasco ma anzi ti perdi un po’ una cosa per strada se non hai mai sentito Liberi liberi un sabato pomeriggio che sei a casa da solo senza far niente di importante e puoi muovere la testa in maniera disordinata.

È stata colpa mia

Solo colpa mia

Accidenti all’ipocrisia

Alla malinconia

Alla noia che ci prende

E che non va più via

Vasco Rossi è quel tuo zio simpatico che risolleva un po’ le tremende sorti dei pranzi di famiglia alle feste comandate: ogni tanto, sì, dice delle frasi imbarazzanti e quando manda i messaggi sul gruppo di famiglia usa un numero eccessivo di puntini di sospensione; ma gliele perdoni queste cose perché sai che le frasi imbarazzanti le diciamo poi tutti e che il gruppo di famiglia non dovrebbe esistere, e perché porta ogni volta quel tiramisù buonissimo che come fa a farlo così buono mica si capisce.

Vasco ho ripreso ad ascoltarlo con la regolarità che merita. A Liberi liberi sono affezionata; sono otto canzoni che vengon via come una canzone sola e vanno cantate a voce alta e ti svuotano la testa e danno gran soddisfazione in macchina, ad esempio, fermi ai semafori, che quasi vorresti che i semafori durassero di più per sentirlo tutto proprio fino a “Stasera!” e poi rimetterlo da capo.

Insomma io a Vasco gli voglio bene e dovreste volergliene anche voi.

Il maniaco non si è mai stancato di tediarci col laser, anche se dopo un po’ di mesi aveva cambiato colore e dal classico puntatore rosso aveva voluto stupirci con uno più moderno a luce verde. Un giorno poi l’avevamo visto che si faceva le pippe in terrazza guardando Giulia che studiava. Aveva sul suo davanzale una specie di altarino, un centrino con una scatoletta rossa sopra che con Anna avevamo passato i mesi a fare ipotesi di ogni genere su cosa potesse contenere. A giugno avevamo cambiato tutte casa. Lui secondo me vive ancora lì.

  1. Domenica lunatica
  2. Ormai è tardi
  3. …Muoviti!
  4. Vivere senza te
  5. Tango…(della gelosia)
  6. Liberi…liberi
  7. Dillo alla luna
  8. “Stasera!”
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