"Bestiario d'amore"_VINICIO CAPOSSELA

Cosa significa la parola recensire?
L’enciclopedia Treccani la definisce così:

recensire v. tr. [dal lat. recensere «esaminare, considerare attentamente», der. di censere (v.censire)] (io recensiscotu recensisci, ecc.). – 1. In filologia, restituire un testo alla esatta lezione. 2. Scrivere la recensione di un libro, di uno spettacolo, di una mostra d’arte, e sim.:run trattato scientificoun nuovo romanzoun film.

Allora mi chiedo: quali i significati di censire?
Dalla stessa fonte:

censire v. tr. [dal lat. censere, lat. tardo censire «valutare, registrare i beni dei singoli cittadini»] (io censiscotu censisci, ecc.). – Fare il censimento, nelle varie accezioni del termine; iscrivere nei registri del censimento o del censo; gravare di un’imposta o tributo. 

Quindi la parola recensire e censimento sono in qualche modo collegate.
Il censimento potremmo oggi paragonarlo all’iscrizione all’anagrafe: nasci; ti viene dato un nome; un cognome; un indirizzo dove risiedere; una città.

Quindi: Vinicio Capossela, nato ad Hannover il 14 dicembre ’65 da genitori originari dell’Irpinia, ha vissuto in Emilia-Romagna, oggi residente a Milano.

Quando ho iniziato ad ascoltare la sua musica, mai mi sarei immaginato che avesse origini campane, né ero ancora a conoscenza dei suoni natali tedeschi e della sua vita passata a Reggio Emilia (lo scoprii qualche tempo dopo). Per me era semplicemente un cantautore italiano con origini totalmente inafferrabili: il suo modo di cantare, di scrivere, il multi-stile della sua già ai tempi consistente discografia mi tendevano sempre tranelli su tranelli, percezioni falsate da provenienze nascoste. Era tutto e niente allo stesso tempo.

Passava dal blues di “All’una e trentacinque circa” alla morna di “Morna” senza alcuno sforzo; dal gusto e dalle sonorità latino-americane di “…e allora mambo!” e “Con una rosa” al ritmo quasi klezmer di “Marajà”. Per poi arrivare alle sperimentazioni di musica popolare greca (in Rebetiko Gymnastas), del sud Italia (Canzoni della cupa) e chi più ne ha più ne metta. Un musicista apolide in tutti i sensi, sia “geografici” che di suono.

Devo però precisare che la mia conoscenza degli ultimi lavori di Vinicio non è assolutamente paragonabile a quella che ho nei confronti dei primi dischi. Sarà per la mia particolare affezione verso quegli album, sarà per la mia crescita come musicista che mi ha condotto per altre vie. Oggi decido di darmi una possibilità e ascolto il suo ultimo lavoro, “Bestiario d’amore”, uscito il 14 febbraio di quest’anno per La Cupa, casa di produzione fondata da Vinicio stesso.

Il primo Capossela ci ha abituato a canzoni intrise di malinconia, fotografie di solitudini a basso contrasto, dove i soggetti sfocati si confondono con il paesaggio, sia esso uno sporco bar di provincia che una città intera; ha raccontato anche di grandi feste, goliardia, balli e vino. Non dimenticando mai il significato dell’amore e del dolore.

Con questo disco, Vinicio intende soffermarsi proprio sull’amore, da riscoprire in questa epoca dove tutto ci divide: “[…]in tempo di pestilenza, bisogna parlare d’amore e lo facciamo dicendo che l’innamorato è un mostro attivato dalla necessità di mostrarsi” dice lui stesso in un’intervista.

Una piccola sinfonia, divisa in quattro movimenti: Bestiis opertūra (l’overture); Bestiario d’amore (il tema principale); La lodoletta (il tema secondario); Canto all’alba (il commiato).

I riferimenti letterali delle opere musicali di Capossela sono sempre stati i più svariati, ricercati sempre con uno spirito da esploratore potrei dire quasi tipico di una personalità così eclettica ed eccentrica qual è quella del cantautore. Qui il rimando è ad un’opera letteraria del XIII secolo di Richard de Fournival, poeta e scienziato francese. Esso è una vera e propria analisi sulla fenomenologia d’amore, incentrata sul concetto che quando l’amore è vero e profondo, l’essere umano si abbandona all’istinto a discapito della ragione, “bestializzandosi”, trasformandosi in “bestia”, termine che qui può avere sia una accezione positiva che negativa (mi viene in mente “L’animale” di Franco Battiato).

L’apertura è affidata ad uno strumentale eseguito dagli archi, un andante dolce e solenne allo stesso tempo che, non saprei dire perché, mi ricorda alcune colonne sonore di Franco Piersanti (quella di Montalbano su tutte). Sembrerebbe quasi che il mio istinto musicale mi stia prendendo in giro, mandandomi riferimenti assolutamente imprevedibili. Poi ripenso a quello che ho scritto prima e dico “Sì. È assolutamente in linea con la poetica di Vinicio Capossela”. Quasi sicuramente mi starò sbagliando, ma va bene così.

Il secondo tempo è affidato alla title track, “Bestiario d’amore”. Qui mi rendo conto sin dalle prime note che non può essere che Vinicio il compositore di questo brano, perché c’è un modo di scrivere musica al pianoforte che ormai potrebbe essere definito “a la Capossela” e l’incipit di questo pezzo lo conferma appieno. Poi accade qualcosa. Capossela si trasforma e diventa Prokof’ev e, come nella sua favola sinfonica “Pierino e il lupo” ogni animale si trasforma in suono, strumento o voce che sia.

Cambiamenti di tempo, di densità strumentale, di timbro di voce, di intenzione, senza eccedere nel manierismo e senza scadere in banalità. Ciò che sarebbe (forse) dovuto essere una canzone diventa un concerto per orchestra e narratore, proprio come nell’opera del compositore sovietico. Dieci minuti e trentatrè secondi scorrono come in un cortometraggio d’animazione candidato ad una qualsiasi rinomata rassegna cinematografica.

“La lodoletta” sembrerebbe un brano scritto da un trobador francese: uno strumento a corda, credo un liuto, ed una voce senza riverbero, secca. Poi un flauto traverso, un violino, una viola da gamba (questo lo spero, ma anche se fosse una viola “moderna” andrebbe ugualmente bene) accompagnano questa voce in un piccolo lamento d’amore, ricordando anche una celebre melodia del folklore anglosassone (il brano in questione è “Greensleeves”, scritta forse da un amante tradito da una sua consorte). Anche qui l’amante, rifiutato dalla donna amata, chiosa con queste parole: “e all’amore e alla gioia mi nascondo”.

Chiude questa piccola sinfonia “Canto all’alba”: il dolore è come una notte, quindi pronto a scostarsi per far posto ad un nuovo giorno (“e presto sarà l’alba”). Dopo essere sceso nell’infimo aspetto bestiale dell’amore, fatto di pulsioni animali, passioni incontrollate, gioie, crudeltà e miserie, il cantore riconosce e ritrova la sua scintilla di ragione e si accorge che dal buio si può uscire, anche se il percorso è lungo e tortuoso.

Vinicio in questo Ep si mostra nella sua interezza: da musico dei bassifondi fino a “vate” del tempo lento dell’uomo, passando per lo stornello amoroso e la sinfonia senza lasciar intendere mai quale sia il suo posto. Sempre in movimento. Sempre in ricerca. Sempre in rivoluzione.

  1. Bestiis opertūra
  2. Bestiario d’amore
  3. La lodoletta
  4. Canto all’alba
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