"Delirium tremens"_MARCELLO GIANNINI

Respiro

Ѽ Poem-blurb di Valeria Alessandri Ѽ

Spotify e cuffie. Su un lamento di corde dai toni orientali, sono nel supermarket.
Intro (1) di un Delirium generalizzato.
«Dove va? Prenda il numero, aspetti fuori!» ‒ ed ha una mascherina bianca.
In fila a un metro di distanza che toccarsi non si può.
Chiusi.
Monadi senza finestre si stringono nelle loro armature di cartamuchina.
Solo occhi che sporgono e non vedono che altri occhi wide-tremendum
in cerca di un colpevole. Eyes shut-bassi-persi
di chi un colpevole l’ha trovato, a forza dei suoi “se”,
dentro.
Vagando famelici ma in down, trascinanti una routine black and white.
L’orrido non ha più il colore del massacro; si è più placidi nella spietatezza del cacciare
l’altro,
questa volta via da sé, per afferrare la dose necessaria in modo che non sia tremens
la psicosi del vampiro saggio: The Addiction di Abel Ferrara.
Questo film mi sembra vivere ora con 2. Movimenti di malinconica chitarra nelle orecchie e progressive drums in suspiria-synth-simphony.
In terza battuta sale la 3. Marea elettronica (che pure questo disco molto “suonato” ha) con le conchiglie ad elica sull’alta tensione, frizza e rimbalza come i Plaida sostegno di tamburi tribali.
Ma non vado più in là di un passo, per sognarmi in un raduno con gente danzante,
 che un vecchio borbotta (intuisco dal labiale) agitando le mani come a colpire un insetto nell’aria!
Così ce la faccio a sentirmi “Miss Gregor” in4. Hubrys
 pronta a straziarmi coi violini e ottocentesca smania di vettovaglie opache.
 De-coronato un RE minore? Se ne fa un altro. Allegro ma non troppo, il virus.
Infettami.
 Del tuo gusto nero per la musica da camera, Marcello!
 Che io non sia più qui, né ora. Neoclassicamente suona. Come Kubrick in Barry Lyndon.
Giannini intossica ma non dà mai il tempo di marcire. Corre subito ai ripari Running(5)
infatti, con l’insulina elettro e cigolii di chitarra incagliati nella presa del phone.
 Cotonandomi eighty anche l’epidermide dei pensieri…
Su di giri ma in modo affranto. Arriverà il tempo delle lacrime vere?
Ebbene sì: con Jakko (6) torna lo strumentale che fa male.
 Ferisce di batteria indie-very-modern. Una voce lontana canta le note come nel jazz e non parla; allarme sulla perdita del senso. La prima presenza umana dopo infiniti minuti di oggetti sonori, sgomenta il cuore. Proprio adesso mi sento così sola, è un paradosso!
Piango.
Si affacciano i fiati e degerazioni post-rock alla Morphine.
Paura
leggo negl’occhi di un distante-vicino che mi scruta.
 Su clacsonate di sax, sconquassata nel traffico metropolitano del free-jazz,
potrei avere freddo e non respirare bene.
«Le serve aiuto?» ‒ credo abbia detto chi davanti a me indietreggia,
poi si ricopre con la sciarpa facendo cenno di togliermi le cuffie.
Non-ce-la-faccio-vado-via-dov’è-via?
So io cosa mi servirebbe…
Xanax (7): jungle exploration.
 Battito d’ali è un colibrì morente.
“Alprazolami” di radioline a intermittenza su distese di larix blu!
Scomposta in particelle vibranti forse il mio, verso casa, è un volo da moscone…
Dov’è casa?
8. Delirium Tremens:
 bass line massiccia per Full-Metal-“jakkazze Metropolis-jam-session MADEINCHINA?!
Spara-spara-sparisci!
Sulla scena di una panic-rock-opera.
Tremo.
Ma a colpetti d’arpa si radura una ballata di neve dolce e abbandono sinfonico nelle vene.
 Ovattata
 la cassa toracica, posso respirare di nuovo.
Nel polmone verde di Napoli, su Capodimonte, gli archi aprono l’attesa a nuove Stagioni (9).
E si prolungano in un navigare d’organo, gli armonici corrispondenti all’Intro che soffiava dall’est.
Ma sarà un 10. Ossimoro a chiudere.
Che di equilibrio non è dato più vivere e forse nemmeno si può dire vita
 la cascata metallica di oggetti fantasmi che il cielo delle vecchie idee ci sputa in faccia.
Si è rotto.
Ma nelle crepe un germe si muove
e non è poi così cattivo.

  1. Intro
  2. Movimenti
  3. Marea
  4. Hubrys
  5. Running
  6. Jakko
  7. Xanax
  8. Delirium Tremens
  9. Stagioni
  10. Ossimoro
Condividi l'articolo: