"Diesel"_EUGENIO FINARDI

tutto subito voglio avere Tutto subito mi devi dare

È sicuramente conosciuto ai più per canzoni che sono entrate nel canzoniere italiano a partire dagli anni ’80, ma in realtà c’è stata una parentesi del cantautore milanese assolutamente impegnata, quella di fine ani ’70, il periodo delle grandi modifiche culturali sociali e politiche della nostra società.

A mio parere, pur non avendo vissuto quegli anni, essendoci nato e di conseguenza avendoli attraversati in fasce, sono stati anni difficili, anni di notevoli contraddizioni, sociali ed economiche su tutto, che poi se ci si pensa son sempre due facce della stessa medaglia, ecco a mio parere il periodo che stiamo attraversando, questa quarantena continua obbligata restrittiva, è un po’ la trasposizione temporale di quanto già avvenuto nella società a cavallo dei ’70.

In ambito musicale quegli anni erano il fermento puro, da un lato i soliti cantautori impegnati, pietre miliari scolpite nella storia della canzone italiana, dall’altra i cantanti da festival, dalla terza tutto un movimento in ascesa per importanza e valenza musicale e in quanto portatore di un messaggio politico forte, impegnato e radicale: come non considerare l’international popular group in questa situazione, gli Area hanno creato un solco nella storia musicale italiana: ma cosa c’entrano gli Area con Finardi?

Il passaggio è breve, ci troviamo comunque a Milano, e siamo negli uffici della Cramps, una delle etichette più all’avanguardia mi avute in territorio nazional.

Il cantautore milanese ha già licenziato due lavori e ora è il momento della svolta: Gianni Sassi, il patron della Cramps gli mette a disposizione una serie di musicisti orbitanti nell’etichetta che contribuiranno a dare a questo lavoro una caratterizzazione musicale assolutamente indelebile.

Un supergruppo formato da mostri sacri dell’ambito prog italiano, Paolo Tofani alla chitarra, Ares Tavolazzi al basso, Walter Calloni alla batteria, tralasciando i vari Alberto Camerini (chitarra), Lucio “violino” Fabbri e svariati altri musicisti che caratterizzano l’album in maniera imperitura, con sonorità prog e new jazz per l’epoca:  finalmente musiche non ad accompagnare una voce, (peraltro mai sopra le righe, anzi come sempre piacevolmente fastidiosa) ma a gettare le fondamenta di un lavoro a mio parere di vitale importanza per la musica del periodo.

L’album si compone di 9 brani apparentemente disgiunti l’uno all’altro, ma invece a mio parere assolutamente collegati tra loro come fossero tessere di un concept: perché di fatto l’importanza di questo lavoro è lo spaccato che vien dato dell’Italia di fine 70, i cambiamenti che si stanno verificando, la frenesia sempre più incipiente, il dibattito sulla Scuola (“ma quelli che han studiato e si son laureati dopo tanti anni adesso sono disoccupati”), il ritmo della vita, appunto frenetica e che tutto schiaccia e lascia per strada in un’ottica capitalistica più ampia incentrata nei concetti di produzione consumo profitto (“diesel”), i temi della politica imperialista (“E quando si chiedeva chi son gli eroi di questa guerra di chi è il merito, chi è stato il migliore la risposta era: ha vinto la nostra terra non servono gli eroi a guidare una vittoria popolare”); e ancora frenesia in Non diventare grande mai e Si può vivere anche a Milano, una critica continua alla società che invita a crescere il più in fretta possibile ad assumere un ruolo nella stessa quanto prima nell’ottica di cui sopra.

Un precursore a mio parere, in quegli anni bui della politica e della società, anni in cui si sono gettate le basi della disuguaglianza sociale ed economica i cui frutti stiamo raccogliendo in questi decenni. La capacità musicale e dialettica di trattare temi non semplici e neanche scontati e di portarli grazie al proprio nome nelle teste e nelle case delle persone.

Ma c’è una traccia che a me scalda da sempre il cuore in questo lavoro, da sempre mi strappa un singhiozzo un brivido e una lacrima nell’ascolto: “E poi sto perdendo tempo e sprecando quello che ho dentro io così non sto crescendo mi brucio ma mi sto spegnendo e smettere non è poi così difficile non fa neanche tanto male basta un po’ di cura e di comprensione, magari un po’ di metadone

È la storia della rinascita, è il racconto della vita che riprende il suo corso, è il racconto della vittoria sulla peste degli anni ’80: e il tutto è raccontato su una base musicale che non lascia respiro, che ricrea quelle sensazioni le asseconda le anticipa e le sminuisce in un susseguirsi di ritmi incalzanti e accenti caratterizzanti.

Un album da ascoltare tutto d’un fiato

Un album che racconta la rabbia dei ’70 e che riflette la sensazione di immobilismo attuale, l’incapacità e l’impossibilità dei giorni nostri di riuscire a trovare una soluzione a questa situazione dannosa, tanto per la salute fisica quanto, probabilmente in misura estremamente maggiore, per quella psicologica, considerando i danni che questo distacco sociale sta creando, il danno che questa continua imposizione al non fare sta scalfendo nel nostro errato immaginario di libertà; sono tempi bui questi, saranno sempre più scuri se non riusciamo a leggere quello che sta realmente avvenendo, saremo realmente liberi solo e soltanto quando accetteremo che per vivere meglio non è necessario trovare un capro espiatorio, un responsabile o quant’altro: siamo tutti responsabili del collasso intellettuale politico sociale e ambientale.

  1. Tutto subito
  2. Scuola
  3. Zucchero
  4. Non diventare grande mai
  5. Giai Phong
  6. Non è nel cuore
  7. Diesel
  8. Si può vivere anche a Milano
  9. Scimmia
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