"Drinking songs"_MATT ELLIOTT

Ciao amico ciao 
se mi è permesso ancora considerarti tale o(h!) fratello dalle spalle piccole e dal pensiero frattale 
Amico caro ciao 
come fai ogni giorno coi ricordi e la vergogna, di aver visto ciò per cui una volta ti arrabbiavi e ora 
nell’osteria degli alcolisti lucidi, quante cose sai ma non fai che piangere, era l’ora giusta per morire 
Amico mio amico 
avremmo potuto farlo il sogno, mordeva, pronti a partire sui binari di notte urlanti-neri-arrapati noi 
come Teodoro l’ateo ch'(ec)citavamo in aula sorridenti dietro occhiali da sole, in culo a chi professa 
Ciao amico ciao 
ti dedico questo album per dirti che siamo stati bravi a capirlo e tanto coglioni a parlarne così bene Amico caro
amico 
come se bastasse la professione, allora per chi il nostro sputo, lo sperma, il muco, la posizione bassa
per cosa lo sfratto, il digiuno e ginsbergianamente noi sul bebop d’ogni occasione persa per un “fix” 
Caro amico mio 
ti dedico il nostro compagno di sfiga; comunque più furbo di noi a far suonare silenzio ed angoscia di gioco sinistro, quel Matt, come Septimus senza volo dalla finestra, consapevole inerme si pascia 
tradendo l’inglesità malsana della Woolf con l’attenuante pueril-statunitense di Cunningham, Cristo! 
E che dire della veglia funebre in Joyce, ancora si legge senza afferrare il balbettante inno d’ancòra? 
Scusami; bevo anche io. Non vorrei giudicarti. Ma a volte ho desiderio di lotta e non posso che 
scopare male. Mi dolgono pure le tette per i pensieri brutti. Qui non si esce. Non si può uscire ma… 
…AMICO… 
Non è mica un sottomarino! Te la ricordi la quinta traccia? The Kursk: 11 min. e 35 sec. infiniti 
come la condanna di quei 23 uomini su 118. Comunque morirono tutti. Nel Mare Glaciale Artico. 
Quelli sì che non poterono per niente uscire, far emergere i loro corpi. E ci sembrava amaro, come in Departure Song, che l’allucinazione rossa crepasse definitivamente in fondo agli abissi, nel 2000, per esperimenti militari del cazzo. Quell’album  però era dei We Lost The Sea ed il cantante s’era fatto fuori davvero.  
Matt Elliott, vivo e vegeto, nel 2005 iniziò ad allenarsi per la quarantena con le sue Drinking Songs, 
sedeva già in isolamento reggendo tra le mani il cappio slabbrato, inutile ma in-forma. 
La spossatezza nel suo esprimersi è gorgoglio che affonda. Lentamente. Ma vuole attenzione. 
La pretende. Come un disco mandato al contrario, una radio rotta che non si sente bene. Come lui. 
Come me. Seguo il suo avvertimento e ci ritrovo tutto il nostro rimpianto che dilata ogni cosa: 
«I was trying to talk to you  
But you couldn’t hear  
I was trying to explain to you  
But you wouldn’t listen  
When I wrote it down  
You couldn’t see what was written» 
In fondo è questo il suo manifesto in Trying To Explain
  la celebrazione dell’incomunicabilità, un tuffo nell’impotenza, nella rassegnazione, nella morte invisibile del reietto.  
Esplicitato nel testo, diventa ossessione stilistica tradotta in suoni per ogni traccia.
Tracce che sono pigre nel distinguersi l’una dall’altra   
almeno sino all’ultima The Maid We Messed in cui compare catartica 
la batteria elettronica sostituendo per sempre le voci superstiti, 
che pure ben poco sanno imporsi nei brani che la precedono. 
Spara per più di 20 minuti il caos sprigionato da un sussurro di contrabbasso 
squillando turbo a valvole in caduta libera. 
Questo il pezzo più rumoroso e l’unico sincopato in cui fa capolino la follia 
assassina. 
Tribalismo che non perdona. 
Il resto del disco va invece languidamente in uisce-beatha-mente; 
PCP-beats impercettibili a volo di falena forse solo in What’s Wrong 
perché l’unica vera canzoncina per ubriaconi dove il folk classica da saltello. 
E poi, a chiusura delle taverne, rimane lo spettro animale che agonizza nell’ombra 
non sa più contare, né ringhiare ai passanti per le strade.    
Solo il mondo attraverso lo spioncino dei segaioli sartriani a palle mosce 
 può guardare, ed è sempre per colpa Degli Altri stupidi sordi(di) infernali! 
Macchè?! “Bad guest” sei tu, sono io, in The Guilty Party come in What The Fuck Am I Doing   On This Battlefield? 
Ogni fottuto giorno El Dia De Los Muertos con le trombe messicane 
lontane, al di là dei vetri, in secondo piano. 
Vicine la chitarra acustica e i giri di piano minimal e il violoncello aspro   
ovunque nella stanza, per costruire la tela di una solitudine che imprigiona.  
Ogni tanto carillon lullaby e fisarmoniche a lato 
lasciando dietro, in sordina, il ruggito etilico di Matt 
che sembra far sfiatare dalle orecchie, dal naso, il ribollire gastrico del rammarico. 
Per una vita mal spesa, per il senso di colpa mandato giù a colpi di gomito 
il suo timbro scuro si stratifica, tra gli effetti applicati alle tante voci corali che   
posizionate su scale storte, a risollevare il depressed mood  
    s’impastano onomatopeiche nell’incomprensibile canto di un testo anoressico e “nenioso”.            
Non significa più niente il suo sad-folk-slowcore-ambient-wow! 
nulla più di un ghosty riverbero nel cesso bianco della memoria che puzza ancora di fumo sangue   e vomito. 
E VOMITO! VOMITO! 
DALL’INIZIO DI C.F. BUNDY  

PESA LA SCIMMIA SULLA SCHIENA 
E  BURROUGHSIANAMENTE 
 LA CALCOLATRICE CON LE ZAMPINE 
 AFFOGATA NELLA VASCA DA BAGNO 
 IN VERTICALE 
 LA BARA APERTA 
IL MORTO HA LA MIA FACCIA 
 TOCCA SEMPRE A ME DI BERE 
AMICO 
COME AI BEI VECCHI TEMPI 
TARANTELLA CEMPASÚCHIL 
PHILIP GLASS RIDOTTO ALL’OSSO 
INFILATO QUA E LA 
NOTO E SONO ANTIPATICA 
VORREI CHE LO RIASCOLTASSI ELLIOTT 
SENZA DARMI RETTA 
NEMMENO DIRO’ QUALCOSA 
SU A WASTE OF BLOOD 
TANTO LO SENTIRAI 
SIN DENTRO LE DOPPIE PUNTE 
E POTRAI RIPRENDERE ANCHE JOYCE 
MAGARI IN ESTATE 

«Wasn’t it the truth I told you? Lots of fun at Finnegan’s Wake» 

Ciao amico ciao.  

  1. C.F. Bundy
  2. Trying to Explain
  3. The Guilty Party
  4. What’s Wrong
  5. The Kursk
  6. What the Fuck Am I Doing on This Battlefield?
  7. A Waste of Blood
  8. The Maid We Messed
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