"Squid and Whale"_BLACK UNICORN

J. Curtis Brown, alias Curt Brown, è evidentemente una persona indaffarata, oltre che “un artista […] che si occupa di musica, di multimedialità e di scrittura, con un’enfasi particolare sugli aspetti esperienziali, sperimentali e mistici” (o almeno, questo è quanto egli dice di se stesso). Le sue uscite discografiche e bibliografiche sono piuttosto numerose, per non parlare delle collaborazioni: stargli dietro è un’impresa, ma qui c’è una lista piuttosto aggiornata.  

Brown è anche uno dei fondatori di Rubber City Noise, un’etichetta discografica che è anche un collettivo di artisti. Originariamente di base ad Akron, Ohio, in quest’ultima veste sono ora in “modalità vagabonda”, e un po’ latenti dal 2017. Non è così però per quanto riguarda l’etichetta, che con Brown si è spostata a Oakland, California, ed è anzi piuttosto attiva. RCN pubblica la maggior parte di quello che Brown concepisce, a casa o con gli amici: il denominatore comune di queste uscite, a volerlo trovare,è un suono elettronico, immersivo, in cui il bordone (o drone) e i sintetizzatori la fanno da padroni.  

Tali caratteristiche trovano un’interessante espressione soprattutto negli album pubblicati sotto il monicker Black Unicorn, che esordisce nel 2011 con Prosper Drift, un CDr che in dieci tracce ci racconta le avventure dell’omonima astronave, ritratta in copertina per mano dello stesso Brown. Lo stesso anno gli fa seguito Squid and Whale, stavolta su cassetta. L’album è anticipato da un promo video su Vimeo, Shit Going Down In Space, in cui alcuni estratti dall’album fungono da colonna sonora di un montaggio, psichedelico ma senza esagerare, di sequenze tratte da Silver Hawks, serie animata americana del 1986. Giunta in Italia nel 1988, le venne “fatto dono” di una sigla abbastanza spettacolare per mano di Gino De Stefani. Le trame ordite da Brown sono piuttosto differenti dai synth-brass metallici (in tutti i sensi del termine) che accompagnavano i voli dei falchi d’argento attraverso lo spazio interplanetario, eppure non sfigurano affatto.  

Al di là delle indubbie qualità, il video funge da elemento di connessione tra gli abissi dello spazio e quelli sottomarini, oggetto appunto di Squid and Whale. Due tracce di durata simile per un totale di 27’, ciascuna intitolata a una delle due creature la cui lotta, di nuovo raffigurata sulla cover da Brown, si svolge tra le colorate nubi interstellari. Squid si apre con un drone a metà tra un lamento e un richiamo, quasi la sirena di una nave nella notte, sul quale si innestano continui strati ulteriori, mentre pian piano gli arpeggiatori e i sequencer cominciano a tessere le loro trame. Trame che sembrano appunto richiamare i tentacoli di un calamaro gigante, e che man mano che la traccia prosegue affiorano in superficie o scompaiono negli abissi. Passati i 3’ si affaccia un tema, semplice ma di effetto, sulle tonalità più alte, che si rituffa in picchiata nelle profondità dei controlli del LFO. A metà del brano gli arpeggiatori sembrano avere campo libero, ma sullo sfondo si avverte una sorta di tumulto, uno schiumare agitato all’interno del quale poche, acute note, cercano di conquistarsi un posto di rilievo. Vi riescono, ma al prezzo di ritrovarsi progressivamente sempre più campionate e sovrapposte, fino a perdere la propria identità originaria, se mai ne hanno avuta una. Tornano così bruscamente i sequencer, stavolta decisamente minacciosi: il calamaro gigante sta decisamente attraversando un momento complesso, come se stesse lottando per la propria vita. In maniera non immediatamente percepibile, Brown rimuove il tappeto che sosteneva i sequencer, sciogliendo la tensione che si era fatta quasi insostenibile, aggiungendo alcuni brevi inserti che si uniscono quasi naturalmente con l’arpeggio, che nel frattempo prosegue inesorabile. Il viaggio del calamaro va avanti, riprendendo alcuni temi che si erano affacciati a inizio traccia, attraverso le profondità dell’oceano, o dello spazio se si preferisce, visto che da un punto di vista stilistico siamo bene immersi (come King Schultz, non ho saputo resistere), in un ambito kosmische/Berliner: l’approccio di Brown è sempre in un certo senso architettonico o quantomeno narrativo, sebbene mai dimentico dell’importanza della melodia. 

Anche Whale, come era facile aspettarsi, si apre con i sequencer. Stavolta la tensione comincia a salire da subito, con una frase musicale ripetuta ossessivamente che non sfigurerebbe in certi momenti di Interstellar di Christopher Nolan. Si fa largo intanto un rombo sinistro, che lascia poi spazio a uno strato parallelo all’arpeggio principale. Quest’ultimo si ramifica lungo linee a metà tra l’armonizzazione e il contrappunto. Dove la danza del calamaro era tutto sommato caotica (senza mai essere confusa) quella della balena è invece elegante e più strutturata. E in effetti, tra i due colossi è il cetaceo ad avere il ruolo del predatore (una volta tanto, mi verrebbe da aggiungere), mentre il mollusco si trova a doversi difendere, come è ben illustrato nel celeberrimo diorama dell’American Museum of Natural History, che li raffigura avvinghiati in una lotta per la vita (e che potrebbe senz’altro aver ispirato il concept dell’album). 

Che questa lotta stavolta abbia luogo nello spazio è evidente dalle sonorità che giungono verso la metà dei 4’, e che hanno più di qualche debito nei confronti di autori come Jean-Michel Jarre e Vangelis. La struttura più marcata rende il brano a tratti ipnotico: grazie all’onnipresente arpeggio che ormai è quasi percussivo, vi è una sorta di scansione ritmica che irreggimenta i vari eventi musicali. Verso gli 8’ proprio questi eventi assumono le sonorità tipiche dei cetacei: lungi dall’essere un canto, sembrano però delle grida, come se la balena fosse appunto impegnata in uno scontro senza quartiere. Pian piano tutte le linee si saldano tra loro costruendo un’architettura martellante, che finisce però per svanire quasi improvvisamente, lasciando solo la frase originaria, ormai chiusa su se stessa, a testimonianza di quanto accaduto.  

A giudicare dall’esito musicale di questa finzione sonora (o quantomeno secondo me), i due colossi potrebbero aver capito, nel bel mezzo della lotta, che il conflitto stesso è una componente fondamentale dell’universo: avendo introiettato questa conclusione, sono forse giunti lì dove nessuno è mai giunto prima. O forse Squid and Whale è un bel disco di kosmische Musik del secolo XXI, e come tutti i bei dischi, racconta una storia che è anche tante altre storie. 

  1. Squid
  2. Whale
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