"Two, Geography"_ANY OTHER

Tutti dovremmo avere una stanza dove, una volta entrati, ci si possa sentire sollevati da qualsiasi responsabilità nei confronti di qualsivoglia dovere. Al suo interno solo pochi oggetti, accuratamente scelti di volta in volta, utili al solo fine di non pensare. O almeno provarci.
In questa stanza dovrebbe esserci sempre della musica ad un volume anche questo adeguato al momento e al proprio stato d’animo, modificabile in corso d’opera grazie ad un potenziometro nella tasca dei pantaloni e della luce colorata anche questa in linea col proprio umore. Una stanza che cambi dimensione, forma, numero di finestre, presenza/assenza del soffitto, mille porte, nessuna porta, arredamento fitto, arredamento minimale, piante, animali e tanto altro. Uno spazio dove si possa ridere, piangere, gridare, rompere oggetti, stare in silenzio, ballare nudi (anche vestiti, però nudi secondo me è meglio), mangiare o digiunare. Insomma, una vera e propria zona confortevole che chiamerò la egoistichamber.
Tengo a precisare però che il concetto di “egoismo” non sempre ha accezione negativa. Finché non si danneggiano o limitano gli interessi di qualcun altro è, a mio avviso, una condizione fondamentale per poter vivere bene e, tranne se non ci si trovi di fronte ad un santo ogniqualvolta ci si guardi allo specchio, atteggiamento necessario per imparare a voler bene ad altri all’infuori di sé.

Oggi fa un po’ ridere parlare di camere dove rifugiarsi, trovandoci tutti nella stessa condizione di “rinchiusi”, ma questo non abroga la necessità di trovare un posto per sé come quello che ho appena descritto. Stare da soli, chiusi in casa, a provar a far nulla non vuol dire che automaticamente si abbia accesso facilitato a questo “spazio onirico”: l’unica responsabilità che si deve prendere per potere sentirsi liberi dalle responsabilità è scegliere di entrarci e non sempre il passaggio è facile.
A volte queste egoistichambers si camuffano da altro: da persone, da paesaggi, da azioni ripetitive. Ogni tanto per me si travestono da dischi. Disco è uno spazio musicale, una geografia nella sua etimologia: una scrittura della terra, dove terra può essere metafora dei sé e, come per lo spostamento delle placche terrestri, ogni sé nell’incontrare un altro sé può creare nuove terre, nuove geografie fisiche ed emotive.

Un paio di anni fa ho trovato una di queste camere in “Two, Geography” degli Any Other.
Una piccola porta verde di legno, con una maniglia d’ottone molto ergonomica. Il movimento di polso necessaria per spingerla giù e schiudere l’accesso alla spazio interno è esattamente quello che vorrei per tutte le maniglie: non troppo lasco; non esageratamente verso il basso né eccessivamente rigido. Direi un gesto consistente, di sostanza, leggermente energico, sicuro, ma dolce. Il rumore dello scrocco all’interno della serratura era un soddisfacente “clack”. Tiro verso di me e noto un fievole cigolio. Una cerniera in basso, forse un po’ stanca, mi conforta come se fosse nostalgia.  È un incipit perfetto, così come A grade, prima traccia di questa disco-camera: un ostinato con la chitarra acustica, probabilmente suonata con il dorso delle unghie al posto del plettro. Uno sviluppo imprevedibile, poi sicuro, poi caotico, poi calmo. Sembra verde, come quella porta. Consistente e leggermente energico, come il gesto per aprirla. Soddisfacente come il “clack” dello scrocco della serratura. Stanco come la cerniera che, nonostante cigoli, conforta. Un ordinato caos. Chiudo la porta alle mie spalle.
Un gatto grigio a pelo semi lungo, Norvegese per essere precisi, è disteso su un tappeto sui toni del nero e del rosso. La sensazione che ho sotto i piedi nudi nel calpestare la superficie del tappeto è la stessa che mi infonde il secondo brano di questo album, Walkthrough, il cui incipit ha gli angoli smussati ma forti; morbidi ma materici. Alla lente d’ingrandimento sono formati da miriadi di infinitesimi fili intrecciati con maniacale precisione, cura certosina. Questo magma si muove sotto il mio peso mentre proseguo verso il centro della stanza, sussultando sempre più: un groove di batteria perfettamente orchestrato; la voce che si rompe; degli strumenti a fiato che complicano un intreccio apparentemente disadorno, ma che già nascondeva in sé tutta la maestria di instancabili intessitori sonori. Apparentemente docili, ma con lo sguardo vigile e attento e le zampe robuste, pronte a saltare e graffiare. In un attimo il gatto diventa lince. Balza con grazia sopra un tavolino di vetro.
Un orologio di legno ticchetta, così come il principio di Stay Hydrated!, terza traccia (unica strumentale) del disco. Le lancette, però, sono immobili e, a poco a poco, si piegano. Il legno del suppellettile muta in ferro, a macchie, trasformazione imposta dal suono della chitarra distorta dal fuzz. Un disturbo che smorza la monotonia metronomica del primo suono. In questa stanza il tempo non si ferma. Semplicemente non c’è.
Lentamente questo orologio inizia a smontarsi: prima la lancetta delle ore; poi quella dei minuti; infine quella dei secondi. Cadono lentamente come l’inizio di Breastbone, quarto brano del disco, e sembrano quasi scivolare sul tavolo e poi giù lungo le sue gambe. Prendono tre direzioni diverse e riesco a vederle tutte insieme, come se avessi tre paia di occhi. Ingrandiscono solennemente, così come l’incedere degli strumenti e della voce e, salite le tre pareti restanti della camera, d’improvviso, fioriscono e si fermano. Silenzio.
La stanza inizia a muoversi, come se fosse la cabina di un treno o il vagone della metropolitana senza conducente. Tutte le mura diventano come dei grandi vetri e fuori il paesaggio collinare verdeggia. Traveling Hard accompagna questo procedere, cadenzato dal rumore delle rotaie e dei pistoni della locomotiva, qui perfettamente miscelato col ritmo della batteria e del basso. Nonostante il passo sembri lento, il vagone attraversa la valle molto velocemente. Poi una voce che sembra il fischio del treno in partenza. O un fischio che sembra una voce. Non importa. Qualcuno saluta, verso la metà della canzone. Il treno rallenta, un colpo di freno e poi riparte, stavolta verso l’alto. Sono in piedi, ma tutti i muscoli e le ossa del mio corpo mi danno la sensazione di star seduto. Molto comodo. La camera si ferma.
Improvvisamente qualcosa mi invita ad aprire una delle pareti che nel contempo è diventata una finestra a vetri. È l’inizio di Perkins, qui tramutato in un suono sommesso, simile ad un richiamo che senti più con il corpo che con le orecchie. All’esterno un dehor con un tavolo in legno grezzo. Sopra di esso un’edera scende dai bordi del tavolo, colpita da un timido raggio di sole solo su una sola foglia. Sulla foglia un insetto. Prende il volo quando, a 2’32”, entra la batteria. Ed io con lui. Giro vorticosamente come se, piedi contro piedi, mani nelle mani e braccia tese, stessi roteando al centro di una stanza con qualcuno. Quando il vorticare termina, rimane la sensazione di euforia e il fiatone. Sorrido.
Decido allora di sdraiarmi su un’amaca alle mie spalle, cullato da Mother Goose, settima traccia. Mentre oscillo dolcemente sento un profumo di indefinito cibo buono provenire dall’interno ed una voce: “now, you can come inside/ the door is open”. Accetto l’invito.

L’interno della stanza è cambiato: adesso è una cucina, in uno stile quasi da film americano. La luce sembra quella dell’alba. La zona cottura è separata dal resto da un’isola con un ripiano in legno. Oltre, un tavolo per quattro persone apparecchiato per due: due americane in tessuto; due piatti bianchi con dei fiori incisi; due portauova; due forchettine; due tovaglioli bianchi, ripiegati dentro un anello argentato. Al tavolo è seduto un uomo che sono io. Mi offre una fetta di torta che non riconosco, ma che mangio lo stesso. Buonissima. Capricorn No è come il gusto di quella torta, in quella cucina così confortevole e con una luce così soffusa, offertami da me. È un po’ come sedersi al tavolo con se stessi a mangiare.
Terminata la colazione, decido di voltarmi, stimolato da un indefinito calore che mi prende la schiena. L’incipit di Geography trasforma lo spazio alle mie spalle in un salotto pieno di libri, tappeti, poltrone di pelle, camini. Ovunque ci si giri c’è sempre lo stesso spazio in ripetizione: il fuoco che scoppietta (banalmente qui rappresentato dal primo incedere della batteria); una seduta comoda; dei libri che avresti sempre voluto leggere e che ora sono lì per te. Li puoi leggere in un attimo. Tutti. L’unica cosa che cambia sono i libri, mentre intorno è tutto uguale, in ripetizione. Sento che è il momento di andare, anche se non vorrei (“My mind can’t resist when you’re gone”).
A Place è una proiezione sulla parete dalla quale sono entrato. È un film che voglio vedere di cui non ricordo il titolo. Introvabile. Mi accompagna verso la porta. La maniglia ha una temperatura strana, come se l’avessi tenuta in mano per tutto questo tempo senza spingerla giù per aprire la porta. È forse è andata proprio così.
Credo che le sinestesie siano tra gli eventi più soggettivi che possano esserci. Questa era la mia.

Grazie Any Other.

  1. A Grade
  2. Walkthrough
  3. Stay Hydrated!
  4. Breastbone
  5. Traveling Hard
  6. Perkins
  7. Mother Goose
  8. Capricorn No
  9. Geography
  10. A Place
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