"Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l'ora"_MARNERO

“Siamo tutti sulla stessa barca”. È una frase, questa, che negli ultimi 60 giorni o giù di lì ho letto molto, troppo spesso, nel tentativo maldestro (e talvolta fazioso) di invocare un senso di sorte comune, che di comunitario mi pare abbia ben poco. Ma quindi lo siamo davvero tutti? E se lo fossimo, occuperemmo tutti lo stesso spazio sulla suddetta nave che scivola su un fantomatico mare di incertezze? Perché gli equipaggi sottostanno ad una gerarchia e la loro posizione sui pioli della scala ne può determinare la fortuna. Esserne il capitano o il mozzo non è la stessa cosa. Ma tutti attendiamo, scrutando l’orizzonte nella speranza di cogliere un segnale – che sia la riva o la scintilla della resistenza.

Quando Vedrai le Navi in Fiamme Sarà Giunta l’Ora è l’ultimo album della formazione post-hardcore bolognese Marnero, uscito nel 2018 e prodotto in collaborazione da diverse etichette DIY e disponibile in free download sul sito di Donna Bavosa. Dopo aver chiuso la Trilogia del Fallimento, composta da Naufragio Universale (2010), Il Sopravvissuto (2013) e La Malora (2015), la band decide di rimettersi nuovamente in rotta scegliendo di non abbandonare l’alto mare, luogo anarchico per eccellenza in cui l’animale-uomo non ha potere alcuno da esercitare. Per questa nuova avventura hanno reclutato nella loro “Ciurma del Disastro” alcuni nomi eccellenti della musica e non solo: dal polistrumentista Nicola Manzan (Bologna Violenta) qui agli archi, passando per il compositore Mihály Víg (curatore delle colonne sonore per diversi lungometraggi del regista ungherese Béla Tarr, tra cui Sátántangó) al quale si deve la strumentale di A Torinói Ló, fino a Wu Ming II che presta la sua voce per Prologue.

È un album, questo, che fatico a descrivervi; ciò non è dovuto al fatto che mi trovi a corto di argomenti o spunti di analisi, ma tutto l’opposto. La scrittura di Quando Vedrai le Navi in Fiamme Sarà Giunta l’Ora è tanto pregna di elementi – ammiccamenti a Melville, nichilismo, lotta di classe, quel senso di sconfitta che si porta dietro un’intera generazione a cui sembra di non aver fatto abbastanza e che ormai, malgrado tutto è convinta di non poter più fare nulla – da sentirsi assolutamente storditi una volta arrivati alle note finali della traccia di chiusura. Fatico a descriverlo anche perché ascoltandolo non riesco a non ritrovarci tutta l’eredità di una città, Bologna, che da sempre culla nel suo ventre umido alcune tra le realtà della (fu) “scena” e che da anni cerca di resistere a quella tempesta che vorrebbe ripulirne le strade e le identità molteplici, poliedriche, da sempre e per sempre incazzate fino al midollo. Fatico anche perché mi sento anche io parte di questa ciurma del disastro, o Achab, o il gabbiere o il manipolo di scalzacani che con il fiato rotto attende il segnale per la conquista dell’evacuato Palazzo di Malgrado. E fatico, infine, perché le lyrics sono talmente belle da stringermi la bocca dello stomaco e ribollire il sangue nelle vene al contempo.

Se, dunque, volessimo dare per vero il falso mito per cui ci troviamo tutti sulla stessa barca, sarà meglio tendere l’orecchio in direzione della carena perché le micce sono pronte a brillare.

Nell’avvitamento di vite a metà
Malgrado tutto resistiamo in ogni città
riconquistando il Tempo
nel punto dove accadono le cose,
non prima, non dopo. Non prima, non dopo.

  1. Le Navi non ardono ancora
  2. A.C.H.A.B.
  3. Il settimo senso
  4. Detriti
  5. Il dilemma dei due guardiani
  6. Sulla rupe
  7. A Torinói Ló
  8. Il gabbiere
  9. Prologue
  10. L’assedio di malgrado

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