"Mother Earth's Plantasia"_MORT GARSON

Cosa è la musica d’ambiente (o ambient music)?
Ripercorrendone la genealogia ufficiale, il genere viene fatto risalire a Eric Satie e alla sua Musique d’ameublement[1], che però, letteralmente, si traduce come “musica da arredamento” (definizione, a mio parere, calzante per buona parte della produzione di Satie); se però ne vogliamo trovare dei padri più “nobili” e meno borghesi (ovvero più attenti alla continuità fra composizione ed esecuzione e meno interessati al mainstream) possiamo indicare i nomi di chi ascoltava e suonava piuttosto spazi aperti, tracciando paesaggi sonori, e nominiamo John Cage, Edgar Varèse, Pierre Schaeffer.

Ma il concetto di paesaggio, come i suoi suoni, sembrano invecchiare più velocemente dell’arredamento, o quantomeno è più facile scordarcene l’esistenza, chiusi in case e in città dove viviamo più oggetti che linee; e una sintesi che ne mantenesse il senso adattandosi ai nuovi spazi ha trovato la propria casa nella definizione che stavamo appunto cercando: quella di ambiente.

Se il vasto mondo in cui tracciavamo paesaggi ha subito globalmente il fenomeno delle enclosure, rinchiudendoci in una vita di arredamenti, la possibilità di tracciarne linee sonore è stata ritrovata proprio nella ridefinizione dell’ambiente: non più una vaga “natura” in opposizione all’essere umano, ma un paesaggio singolare, che ruota attorno al soggetto; non più un paesaggio già impersonale, ma una personalità in divenire, con il tracciamento dell’ambiente possibile intorno a sé: un’ecologia non ideologica.

Brian Eno, che fa diventare “Ambient” il titolo di un suo album nel 1978, piazza sonoramente questo ambiente in un aeroporto, ascoltandone le intime contraddizioni genetiche: l’ambiente, il movimento, i suoni sono quelli di un ambiente ancor più grande, ma comunque “artificiale”, l’aeroporto definisce la caduta del binomio oppositivo essere umano/natura inaugurandone differenti posizioni relative.

Due anni prima della pubblicazione di Eno, Mort Garson pubblicava Mother Earth’s Plantasia, album che potremmo definire ambient, ma in una precisa opposizione sonora e concettuale a quella di Eno.
Innanzitutto i suoni: tanto sono rarefatti e strascinati quelli dell’aeroporto di Eno, quanto sono movimentati e quasi barocchi quelli pianteschi, suggerendoci un mondo diverso, quello delle piante, che tanto presenti nel paesaggio quanto nell’ambiente, possono essere mezzi di produzione alimentare quanto arredamenti, giardini o campi e quant’altro questo bel mondo trascinato con l’essere umano al centro possa vedere e sentire; ma, condannate a non essere mai soggetti sonori, il mutismo che affidiamo alle piante le relega ad essere oggetti.
Plantasia vuole invece suonare per le piante[2]  e farci ascoltare il loro movimento, e la rottura del binomio uomo/natura non avviene riappacificandoci in uno stato di natura individuale, ma esplodendo il mondo alla possibilità di suonare per tutto ciò che non è umano.

Le piante di Garson si muovono, i suoi veloci synth si arrampicano seguendo le linee verdi, rallentano sempre ritmicamente, intrecciano suoni alla velocità delle piante, che non immaginiamo mai essere così rapide; e il piantismo garsoniano si inscrive e traccia di nuovo un piano di contro-cultura sonora che attraversa i tempi, declamando sempre nuovi generi contro, necessariamente contro una cultura del pop che tutto vuole racchiudere.

Se la continuità sonora dell’opera di Garson sopravvive a tutt’oggi, lo si deve anche al resto della sua produzione, e all’esecuzione della stessa, trovandolo impegnato in almeno una ventina di album prima della pubblicazione di Plantasia (fra il ‘69 e il ‘76), gli ultimi dei quali pubblicati sotto pseudonimi differenti, che spaziano da un proto dungeon-synth di Black Masses alla lettura del Piccolo Principe, dalla meditazione atarassica al femminismo di Terry Garrity: una produzione intersezionale, un divenire-altro del compositore, una possibilità diversa dall’amare le piante.
Essere piante.

  1. Plantasia
  2. Symphony for a Spider Plant
  3. Baby’s Tears Blues
  4. Ode to an African Violet
  5. Concerto for Philodendron & Pothos
  6. Rhapsody in Green
  7. Swingin’ Spathiphyllums
  8. You Don’t Have to Walk a Begonia
  9. A Mellow Mood for Maidenhair
  10. Music to Soothe the Savage Snake Plant

[1] https://www.youtube.com/watch?v=CU2mDkZoYsc

[2]“If you purchased a snake plant, asparagus fern, peace lily, or what have you from Mother Earth on Melrose Avenue in Los Angeles (or bought a Simmons mattress from Sears), you also took home Plantasia”: a quanto pare per avere l’album bisognava acquistare una pianta in uno specifico negozio di Los Angeles

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