"F♯ A♯ ∞"_GOODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

The car’s on fire and there’s no driver at the wheel
And the sewers are all muddied with a thousand lonely suicides
And a dark wind blows
The government is corrupt
And we’re on so many drugs
With the radio on and the curtains drawn

(trad. Siamo intrappolati nel ventre di questa macchina orribile, e la macchina sta sanguinando a morte. La macchina è in fiamme e non c’è nessuno al volante, e le fogne sono sporche di mille suicidi solitari, un vento nero soffia. Il governo è corrotto, e noi usiamo così tanti farmaci, con la radio accesa e le tende tirate)

È l’incipit che descrive l’Apocalisse
È lo sguardo gettato oltre i propri occhi
È la fotografia di un cazzo di mondo che cambia, in peggio, continuamente
Eppure da allora sono passati 23 anni
Ma cosa, cosa è cambiato?
Il tempo che stiamo vivendo, quotidianamente ora, è scuro
Basse nubi all’orizzonte e rarissimi lampi di luce intorno e se luce è, è quella di fulmini che preannunciano ulteriore tempesta.

In un periodo di forzato isolamento e di forzata asocialità, di sorrisi stentati e di gioie concesse con il contagocce, niente è stato di più conforto che riascoltare l’esordio dei GY!BE: la nascita del post rock? O forse la sua massima espressione, se si considera il post rock stesso come il superamento dei canoni del rock. Partendo dal presupposto che molto poco mi hanno sempre interessato le catalogazioni nelle relazioni, nelle persone e tantomeno nella musica, i GY!BE hanno avuto la maturità e l’ardire di fondere in un ensemble quanto di più meraviglioso la musica sia mai riuscita ad esprimere: troviamo tracce di rock, di progressive, echi floydiani, accenni di Morriconiana tradizione e elettronica pura. Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo ai Magazzini Generali a Novembre (Milano) e ne ho ulteriormente apprezzato la capacità di rendere la loro musica un viaggio lisergico; la capacità tutta loro di permetterci di chiudere gli occhi e ritrovarCi, esattamente nel luogo e nell’ora desiderata, dandoci la possibilità di vedere la via, la nostra, di seguirla, di interrogarci e di risponderci nella più lineare delle elucubrazioni.

Ancora una volta non starò qua a tracciare la storia di questa band, travagliata anzichenò, ricca di pause, di mistero e di colpi di scena (arresto per accusa di terrorismo durante un controllo ad una stazione di servizio per il possesso di fotografie rappresentanti torri di controllo, serbatoi di olio etc): è però fondamentale contestualizzare sempre il perché una band o un singolo musicista riesca a esprimere con la propria arte determinate emozioni, e  questo deriva a mio parere, sempre e solo da quello che è il contesto in cui lo stesso si forma.

Siamo in Canada, quella terra che separa gli Stati Uniti dall’Alaska, quella terra in cui si sono consumati i più truculenti eccidi ai danni dei nativi americani, quella terra dove la circolazione di  droghe è stata sempre possibile, semplicemente ghettizzando i consumatori in quartieri stato dove tutto è lecito. Quella terra che, come tante ai giorni nostri, altro non è che la perfetta rappresentazione della ipocrisia in cui viviamo, degli squilibri che permettiamo, dei danni che produciamo. In questo contesto si formano i GY!BE, di per se già un meticciato culturale stando ai cognomi dei fondatori originari, figli di figli di pionieri, di emigranti, figli di quella nazione che si è instaurata in un territorio cacciandone i legittimi abitanti: i GY!BE non sono una band, sono un ensemble, sono un collettivo che ha sempre girato intorno ad almeno un trio, e maggiore è il numero dei componenti maggiori sono le possibilità di esplorazione e di connessione tra gli elementi stessi, e migliori sono i risultati degli stessi: gli arpeggi incrociati tra chitarre e basso interrotti dai continui inserimenti degli archi, l’ansia crescente provocata degli stessi, come a ricordarci, ok, hai gli occhi chiusi, sei sul tuo divano, stai riposando, ma ciò che hai non è per sempre, attento che qualcosa può sempre succedere, è lì dietro l’angolo ti aspetta al varco, godi ora vivi ora perché chissà in futuro.

È un susseguirsi di salite e discese, è l’altalena delle emozioni, delle sensazioni, è semplicemente vita quella che ci raccontano con il loro sapere, con i loro strumenti.

E la nostra fortuna è che ci siano e che ci siano stati per poter noi godere a pieno di questo capolavoro.

Ora, vi chiedo, prendete le cuffie, sono le 21:43, fuori è buio, il silenzio è diffuso, alzate il volume e disattivate le luci, ascoltate, East Hastings, ecco, questa è la vostra vita, ci vedete tristezza, ci vedete gioia o ci vedete dolore: io ci vedo e ci sento vita, cazzo, che di altro non è fatta se non emozioni, forti dure e contrastanti.

  1. The Dead Flag Blues
  2. East Hastings
  3. Providence
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