"Weapons I've Earned"_HYLE

Mi alzo, mi lavo il viso, sorseggio il caffè e nel frattempo mi dedico ad una panoramica di cosa è accaduto nel mondo mentre mi regalavo qualche ora di blackout. Scorro, scorro, scorro, Alessio Boni interpreta le ultime parole di George Floyd – prima sorsata amara. Scorro, scorro, a Bristol hanno deciso che anche basta con i simboli del colonialismo – bene, un po’ meglio. Scorro, post random di quel natalista vittoriano di Pillon – leggo, ma soprassiedo per il mio bene. Scorro, sospiro, scorro, la gente si lamenta del suddetto gesto anticolonialista (“vandali incivili!”, “ma Colston ha fatto anche cose buone!”) – male, mi si gonfia la vena. Il caffè mi va di traverso definitivamente. Decido di dare un’ultima chance a questa attività di monitoraggio mattutina, ma voglio scorrere una volta sola; quindi scorro, è uscito il nuovo album delle Hyle. Urrà!

Le Hyle sono una formazione Death’n’Crust – come si definiscono sul loro profilo bandcamp – di Bologna, attive dal 2015 e formatesi all’interno della sala prove del compiantissimo XM24. Hanno all’attivo un EP autoprodotto, λη  (2015),  e due album – Malakia (2017) e l’ultimo Weapons I’ve Earned, uscito il 22 maggio 2020 per Calimocho, Bright Future,  Fresh Outbreak Records, Scull Crusher e Shove Records. La copertina è ad opera dell’artista Tommaso Buldini. Le otto tracce di cui si compone si sviluppano nel corso di una ventina di minuti scarsa, condensando l’incisività dei beat serrati tipici del crust punk e la corposa solennità delle intro tradizionali della scuola death metal di fine anni ’80. Vantando una produzione molto meno ‘amatoriale’ rispetto alle due incisioni precedenti, qua l’abrasività degli scream e i riff impetuosi arrivano come un gancio ben piazzato traccia dopo traccia.

Ascoltando Weapons I’ve Earned mi è tornata alla mente una citazione di Christabel Pankhurst, nota suffragetta e militante inglese, letta recentemente in un articolo:

If men use explosives and bombs for their own purpose they call it war, and the throwing of a bomb that destroys other people is then described as a glorious and heroic deed. Why should a woman not make use of the same weapons as men. It is not only war we have declared. We are fighting for a revolution!

Nonostante sia passato poco più di un secolo da quando sono state scritte queste parole, ho ritrovato nei brani delle Hyle lo stesso ardore e la stesso furore. Sia in Malakia che nell’ultimo album il denominatore comune è quello dell’autodeterminazione, sebbene declinato diversamente; se nel primo la band bolognese incitava ad una liberazione dagli schemi normativi e dalle logiche patriarcali con un grido che trasversalmente riguardasse chiunque, qui abbiamo una riflessione più intima. È come se fosse arrivato il momento per osservare le ferite che ci hanno inferto, elaborare il dolore che si è provato per riuscire a scovare tra le macerie nuovi strumenti con cui armarsi e poter proseguire con la lotta.

Weapons I’ve Earned è un album dai contenuti radicali, che intende esserlo e non ha pudore alcuno nell’urlarti in faccia la furia di una militanza che in momenti come quelli che stiamo attraversando dovrebbe infuocare gli animi di ogni comunità. Prendiamoci del tempo, ma neanche troppo, per capire quali sono le armi che abbiamo conquistato.

  1. No Other Choice
  2. Weapons I’ve Earned
  3. Numb
  4. Holding My Breath
  5. I’m A Slob
  6. Visions
  7. Ancestors
  8. Flesh
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