"Traveller"_KHONSU

Da che mi ricordo qualcosa, sono sempre stato affascinato dagli antichi pantheon politeisti: chiaramente, quando questa passione ha avuto inizio, non era così che li chiamavo. Retrospettivamente credo si tratti di un destino ineludibile: l’esposizione congiunta ai Cavalieri dello Zodiaco e alla collana Miti oro di Dami Editore lasciava poche possibilità. Una manovra a tenaglia, portata avanti dagli dèi olimpici attraverso avatar moderni, che univa il sacro e il profano, o il serio e il faceto. In entrambi i casi finendo per modellare il contenuto educativo e influenzare gli interessi, miei come di innumerevoli altri. Venendo pian piano a conoscenza degli altri pantheon e più in generale delle altre mitologie (altre rispetto a quella greco-romana), la curiosità, quando non la fame di storie, si faceva sempre più forte.

Proprio da fruitore però, vorrei condividere una cosa: forse per colpa dei Cavalieri dello Zodiaco e del sincretismo letteralmente privo di confini con il quale il loro autore Masami Kurumada, a volte con il contributo dell’adattamento italiano, ha fatto incontrare e scontrare varie mitologie, ho sviluppato una vera passione per certe torsioni quasi “eretiche”: la carneficina olimpica (e non solo) del ciclo di God of War, l’assorbimento completo di Asgaard e di tutto ciò che è connesso da Yggdrasill da parte della Marvel, la mitologia ebraica in Neon Genesis Evangelion, persino la carne di porco che è stata fatta della Divina commedia in Dante’s Inferno (per i non-videogiocatori: non temete, per voi c’è comunque questo). Persino certe cose, che sono già da lontano un avvertimento a stare alla larga, quantomeno riescono a incuriosirmi. È il caso, ad esempio, di Gods of Egypt di Alex Proyas, in cui lo scontro tra Horus e Set viene rinarrato in chiave piuttosto pirotecnica e fracassona. Per parafrasare il Lorenzo/Ghezzi di Corrado Guzzanti: “un film di dèi egizi di menare”.

D’altronde la mitologia egizia ha subito forse i maggiori tentativi di dislocazione – su tutti Stargate, ma anche tanto cospirazionismo e storia alternativa. Al contrario, la proposta musicale e concettuale dei norvegesi (sì, esatto) Khonsu non esternalizza l’origine del mito egizio verso ciò che è al di là dei confini della Terra, utilizzandolo piuttosto come guida per l’esplorazione del cosmo. Il duo composto da Steffen Grønbech, fratello del più noto Obsidian Claw dei Keep of Kalessin, e T’ol, già con Chton e Killing for Company, sceglie il nome del dio lunare, figlio di Amon e Nut, protettore di coloro che viaggiano di notte (e in quanto divinità lunare, egli stesso viaggiatore nel cielo notturno). A proposito: la loro pagina ufficiale è assolutamente da vedere.

I Khonsu esordiscono per Season of Mist con Anomalia (2012). Anomalia è un album di difficile inquadramento – per chi ama questioni de vocibus metallicis – per il modo in cui i nostri gestiscono sonorità moderne in ambito metal estremo. Chi non può fare a meno di certe cose può scegliere tra cyber death metal, symphonic extreme metal, avant-garde metal, oppure tutti e tre insieme, che come diceva Totò abbondandis in adbondandum.

I testi affrontano in maniera non scontata tematiche introspettive, percorrendo un itinerario all’interno della psiche e delle sue sofferenze, e trovando una via d’uscita da queste ultime nel sogno, inteso come l’apertura di una porta verso nuovi mondi e nuove civiltà, legate alla biologia del silicio. Il punto di arrivo viene esplorato dai Khonsu in The Xun Protectorate (2016), che alza ulteriormente l’asticella qualitativa. Tra questi due, i nostri autoproducono nel 2014 l’EP quasi-omonimo Traveller, che può senz’altro essere inteso come un ponte tra i due album.

La title track costituisce un introduzione molto atmosferica: su un ondeggiare di synth si intersecano, riverberando l’uno sull’altro, campionamenti tratti da Dune (1984) di David Lynch. Lascio agli appassionati il divertimento di riconoscerli tutti: mi limito a menzionare la presenza del celeberrimo riferimento a Ix e alle sue molte macchine. Perché questo sembra essere l’intento dei Khonsu: viaggiare senza muoversi fino a raggiungere una tecnarchia dominata appunto dalle macchine. Ed è proprio qui che giungiamo con la successiva “Ix”, in cui i Khonsu danno fuoco alle polveri. Se ci si vuole fare un’idea di come suonano i Khonsu, questo brano sintetizza abbastanza bene il loro stile.

“Ix” parte a una velocità inaudita, la batteria e le chitarre si muovono come un’unica inarrestabile forza, con precisione chirurgica e sonorità freddamente artificiali ma mai finte. Intorno a questa macchina gli arrangiamenti di archi sintetici e pad arricchiscono questa furia senza smorzarla. Molto spesso, ascoltando un certo tipo di death metal più millimetrico e veloce, si ha la sensazione di essere all’interno di un sistema chiuso, costituito dal riff intorno al quale si saldano tutte le altre partiture e all’esterno del quale non vi è nulla, e metaforicamente circolare, in quanto si ripete uguale a se medesimo, o comunque con variazioni non sostanziali. È altamente probabile che ciò avvenga per tutta la musica che si basa su frasi in ostinato, ma credo che in questo contesto si noti di più, complici tra le altre cose la maggior densità musicale e la mancanza di un cantato “in partitura” (o magari sono solo io). Grazie all’uso dei synth, i Khonsu riescono a rompere questa onnicomprensività: il riff si trova inserito in un ambiente con il quale non è in rapporto di contatto diretto, bensì di prossimità. Così facendo quest’ultimo diviene un elemento nel sistema, invece che il sistema stesso. Tale ambiente cambia lungo la canzone, sia da un punto di vista timbrico sia melodico, facendo sì che il riff muti anche quando si ripete identico. Curiosamente, ma molto appropriatamente, sullo sfondo si sente ancora un campionamento da Dune. È la celebre espressione travelling without moving: magari è suggestione, ma mi sembra che sia esattamente ciò che fa il riff. Intendiamoci: stiamo parlando di una soluzione utilizzata in lungo e in largo e già da parecchio. Va riconosciuta ai Khonsu la capacità di utilizzarla al meglio. In tutto ciò, “Ix” non si fa mancare niente, dal blast-beat all’assolo alla velocità della luce.

A sorpresa, la terza traccia è una cover di “Army of Me” di Björk, in puro stile Khonsu. Nella prima parte del brano. l’ensemble chitarre-basso-batteria si mantiene in un equilibrio impossibile tra velocità superluminali e andamento ritmico quasi ipnotico, mentre al centro del brano viene lasciato spazio agli altri strumenti, ai sample e ai vocalizzi. Si riparte poi ancora una volta a piena potenza, senza però abbandonare quanto conquistato nell’intermezzo centrale. In chiusura, le varie componenti si cedono vicendevolmente il passo, fino all’improvvisa cesura finale.

Segue “Visions of Nehaya”. Nehaya è una parola araba che può essere tradotta con fine. In questa traccia, relativamente breve, la fine sembra essere intesa come l’abbandono di una dimensione umana in favore di qualcosa che ne trascenda i limiti, ma ciò attraverso un processo tanto doloroso quanto la condizione umana stessa. Musicalmente si tratta di un brano più canonico, dove gli stilemi caratterizzanti i Khonsu si affacciano soprattutto verso la fine, a rafforzare un crescendo disumano.

Mentre “Visions of Nehaya” sarà presente anche nel successivo The Xun Protectorate, chiude l’EP “The Malady”, proveniente da Anomalia ma qui profondamente reinterpretata in chiave elettronica. Già nella versione originale si trattava di un brano molto melodico, in cui la voce pulita e melodie di matrice medio-orientale la fanno da padrone, pur senza dimenticare una certa cattiveria sul ritornello. In questa versione le chitarre e la voce sporca scompaiono completamente, mentre aumentano a dismisura i suoni sintetici, stratificandosi progressivamente per poi lasciarci decomprimere alla fine: il degno punto di arrivo di questo “breve” viaggio interstellare.

  1. Traveller
  2. IX
  3. Army of Me (Björk cover)
  4. Visions of Nehaya                 
  5. The Malady (Traveller mix)
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