"In acustico"_RADIODERVISH

Dal 2019 sono la corrispondente palermitana di un notissimo, a livello europeo, magazine di arte contemporanea. 

Partecipo ai vernissage, faccio pubbliche relazioni, parlo con gli artisti e con i galleristi, torno a casa e scrivo una recensione di quel che ho visto, sentito, guardato, compreso.

Alla fine del 2019 mi inviano a vedere una mostra (di cui non dirò il titolo né il nome della curatrice italiana) in un paese in provincia di Palermo. Una mostra molto importante ed itinerante, con curatori internazionali, e che si sarebbe esposta (e si esporrà) non solo in Italia, ma anche in Germania e in Israele.

Non vi nascondo il mio iniziale disagio nel partecipare alla conferenza stampa di questa mostra, ma decido di togliermi di dosso qualsivoglia pregiudizio e di assistere “con leggerezza” a questa presentazione e vi partecipo con la mia famiglia.

Tema dell’esposizione è la migrazione.

Le curatrici (italiana, tedesca, israeliana) intervengono più o meno brevemente senza e con il supporto di slide per aiutarci ad addentrarci nel pensiero che ha fatto sì che concepissero questa mostra. Nessuna di loro parla di politica, sebbene il tema della migrazione sia necessariamente politico.

Ad un certo punto prende il microfono l’ex direttore di questo famosissimo museo di arte contemporanea israeliano, il centro più importante in cui si sarebbe tenuta, come ultima tappa, la mostra; ex direttore che, oltre a sbrodolarsi in autocompiacimenti e in lodi sulla sua carriera su quanto sia stato bravo in vent’anni, decide di sorpassare delle foto in power point di alcuni palestinesi appena compaiono tra le slide della sua presentazione. Disse “No, su queste non dobbiamo soffermaci, andiamo oltre”, gesto della mano ad accompagnare, “vai vai”.

Siamo quattro persone molto diverse i suddetti della mia famiglia, ma rimanemmo impressionati in modi diseguali da quanto accaduto e tornata a casa decisi di fare un’intervista alle curatrici. Alcune delle domande che posi, e al quale avrebbero dovuto rispondere via mail, furono:

  • com’è nata l’idea di una mostra itinerante nella relazione Italia-Germania-Israele?
  • a pagina 25 del catalogo, la curatrice italiana ci chiede come sia possibile “riscrivere una diversa narrazione del presente” in riferimento alle migrazioni. È possibile una nuova narrazione non menzionando, né in conferenza né in catalogo, i campi di concentramento libici italiani e la questione palestinese in Israele? È possibile una narrazione diversa se persino l’arte nasconde i peccati politici e sociali?

Mi censurarono. Non la direttrice del mag per cui lavoro, ma feci infuriare talmente tanto la curatrice italiana che volle il mio numero personale per dirmi a voce che sono una cretina ignorante e arrogante, segno che avevo toccato un punto di cui si deve continuare a tacere e io sarei dovuta essere una probabile complice di tre stati fascisti che, per amor d’arte (a loro dire), nascondono la propria natura in un’idea di bellezza culturale itinerante.

Al contrario di questa mostra, esistono invece incontri tra persone e paesi che si posizionano politicamente in modo chiaro e senza ipocrisie. Uno di questi casi è quello dei Radiodervish che “sono il gruppo che più di ogni altro ha definito appieno una poetica e una visione del mondo schierata dalla parte di un’Italia ponte tra Europa e Mediterraneo. Nati nel 1997 dal sodalizio artistico tra Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, i Radiodervish cantano di uomini e donne appartenenti a spazi, culture e tempi differenti, alla ricerca di varchi e passaggi tra Oriente e Occidente” (https://www.radiodervish.com/about).

Nabil Salameh, palestinese, e Michele Lobaccaro, italiano, vennero inizialmente prodotti da Ferretti e Zamboni e si inseriscono in quella che viene definita world music, cioè “un genere musicale di contaminazione fra elementi di popular music e musica tradizionale (folk e etnica). I progetti musicali che attingono a tradizioni culturali diverse tendono a travalicare le classificazioni tradizionali” (https://it.wikipedia.org/wiki/World_music).

Le loro collaborazioni spaziano geograficamente tra Israele, Italia e Palestina in un meticciato sonoro reso caldo dalle strumentazioni classiche d’orchestra da camera che fanno da fondo allo strumento acustico voce usato in modo tipicamente arabo.

Ed è proprio sull’acustico che vorrei soffermarmi, invitandovi proprio all’ascolto dell’album “In Acustico”: “Il disco contiene una registrazione effettuata da sei diversi concerti tenuti presso l’auditorium Vallisa di Bari nel marzo del 2001. Sono presenti otto brani in versione acustica relativi anche al periodo in cui il gruppo si chiamava Al Darawish (primi anni ’90).[1] Il disco è relativo a una campagna di beneficenza e affidamento a distanza per bambini palestinesi a cui il gruppo ha aderito assieme al giornale La gazzetta del mezzogiorno” (https://it.wikipedia.org/wiki/In_acustico).

È un album raccolta di brani dei moltissimi dischi dei Radiodervish, e i toni sono introspettivi e meditativi e per certi versi ascetici. Ritroviamo quasi una monotonia di toni e colori che spingono gli elementi dissonanti e gli elementi che spezzano e spaziano nell’acustica lenta di ogni brano ad elevarsi, confondendoci e riscaldandoci.

Il brano migliore, a mio avviso, è “Taci, il nemico ti ascolta”, dal titolo slogan fascista che risuona simpaticamente con la vicenda narratavi sopra e che stona totalmente con il testo, che qui riporto, nella sua parte in arabo, che si intreccia a quella italiana:

“Non sono Gilgamesh, e nemmeno Ulisse, non dall’Oriente dove il tempo è la miniera di polvere, ne dall’Occidente dove il tempo è ferro arrugginito, ma dove vado e cosa farò se dicessi: “la poesia è il mio paese e l’amore è il mio cammino”; così risiedo viaggiando, scolpendo la mia geografia con lo scalpello dello smarrimento; ed ecco la luce: non corre più nei passi dei bambini; allora perché il Sole ripete il suo volto. Non scenderai tu Pioggia per lavare questa volta l’utero della Terra? La notte, lampi, i tessuti del tempo bruciano, la verità si vela, la Terra. Sognami e dì: “Ovunque io vada vedrò una poesia abbracciarmi”. Sognami, veramente, e dì allora: “In ogni poesia vedrò una dimora per me””.

È un album che invito ad ascoltare con le cuffie, da soli, in una mattina di primavera dopo aver annaffiato le piante in balcone.

  1. Bahia
  2. Taci, il nemico ti ascolta
  3. Radio Dervish
  4. Gaza
  5. Rosa di Turi
  6. New Partisan
  7. Due soli
  8. Belzebù
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