"Flood"_BORIS

Può accadere di avere del tempo libero — e già qui la vedo dura — ma invece di dormire, leggere, drogarsi, fare una passeggiata o qualsiasi altra cosa si possa fare si abbia proprio voglia di fermarsi, richiamare tutti i fluttuanti pensieri e le emozioni, e rimanere semplicemente a osservarli, a seguirli nelle forme in cui si assemblano spontaneamente.  Oppure potrebbe capitare di avere proprio 71 minuti liberi — ecco che forse si comincia a pretendere troppo — e di voler chiamare a raccolta tutti quei pensieri con la precisa fantasia di vederli letteralmente trascinare via da un’alluvione. Tutti abbiamo i nostri rituali e le nostre musiche prescelte per i momenti più intimi, qualche vecchio pezzo sempre pronto da ascoltare o qualche atmosfera e sonorità da ritrovare. Ma se si avessero davvero questo tempo e questa necessità piuttosto specifica, e se potessi intromettermi in questa ricerca assolutamente personale, inviterei oggi ad ascoltare Flood, il terzo disco dei Boris, registrato e mixato a Tokio esattamente vent’anni fa. Ma partiamo dall’inizio.

L’inizio di un ritmo, come di ogni andamento, è sempre rimandato, perché può essere riconosciuto soltanto nella ripetizione. Si tratta di un’idea certo ricorrente in tante pratiche musicali moderne e contemporanee, che ha trovato le più formidabili espressioni fin almeno dalle sperimentazioni colte degli anni ’50 e ’60, ma che anche in questo caso sembra scandire tutta la lenta e inesorabile inondazione sonora costituita dai settantuno minuti di Flood, l’unico ed eponimo brano dell’album. Un’unica title-track che gli autori hanno voluto spezzare, forse solo per comodità, in quattro movimenti musicali — nominati semplicemente Flood I, II, III, e IV — che formano il più minimalista e forse più quieto lavoro di questo trio giapponese di musica sperimentale.

Attivi sin dal 1992, inizialmente sulle orme dei Melvins (da una cui canzone prendono il nome), i Boris hanno fatta loro una miscela di doom e stoner, caratterizzandosi negli anni sempre più per un suono pesante quanto lento e per una vera e propria ‘Venerazione dell’Amplificatore’ — così recita, tradotto in italiano, il titolo del loro secondo album. Nei lavori in studio, e ancora più dal vivo, colpisce la loro capacità di seguirsi e di plasmare vicendevolmente i lunghissimi brani suonati a tutto volume, dove semplici successioni di note o accordi si ingrossano con l’affluire dei suoni e degli echi dei feedback, fino a sfociare, spesso, in oceani di puro rumore — quello che è considerato il loro capolavoro, un album del 2003, si intitola invece Boris at last – Feedbacker. Se costretti ad un’unica etichetta si potrebbe scrivere di drone sludge metal, una variante più “melmosa” del metal ambient e noise che fa capo agli infiniti bordoni degli Earth. Ma nel caso dei Boris e della loro prolifica produzione degli ultimi quasi trent’anni di carriera, lungo la quale una varietà di suoni unica si è talvolta avvicinata anche al dream pop, al garage ed altro, non è infrequente la sensazione di trovarsi al contempo ammarati anche sulle spiagge dell’a sua volta variegato e indefinibile arcipelago post-rock. Questa, almeno, è la sensazione che si ha di fronte al particolare caso di Flood.

L’essenza di un ritmo, come di ogni evento, è sempre sfalsata, perché può essere tracciata soltanto nella ripetizione. Siamo nel 2000, in un contesto in cui le idee e le pratiche che furono alla base delle sperimentazioni colte di cui sopra sono state già da tempo assimilate pienamente anche nel mondo “pop”, in un contesto in cui anzi è ormai sempre più difficile distinguere tra sperimentazione colta e popolare. E non si può appunto fare a meno di notare come la ripetizione sia qui l’unica e fondamentale propulsione dell’intero cataclisma, come è chiaro già dalle prime avvisaglie dell’alluvione. Ovvero fin dalle prime 8 note di Flood I, il primo movimento, che potranno riconoscersi tali solo nel corso della loro ipnotica reiterazione, lungo un’apparentemente identica successione che soltanto dopo più di una decina di minuti, intervallati solo da tuoni e boati di sottofondo, arriverà a immettersi in una prima distesa di rumore.

D’altronde, da sempre la ripetizione è al centro della musica popolare e già da anni era il fulcro della musica pop, si pensi all’elettronica o all’hip hop, sul filo di una tradizione che rinvia più evidentemente alle pratiche africane ma che in realtà poggia su alcune caratteristiche proprie del discorso musicale in genere e, ancora più a monte, sul funzionamento della sensibilità umana e sul suo modo di strutturare il reale. Ed è proprio all’espressione di queste più profonde e fondamentali caratteristiche del mondo che sembra adoperarsi in questo caso la ripetizione, non in misura maggiore ma certo in forma più esplicita di quanto già non avvenga attraverso le successioni apparentemente isocroniche e digitalmente misurate della techno o delle basi rap, già manifestazioni dell’irriducibile differenza di ogni battito. Qui attraverso la ripetizione si ritrae la natura nel suo processo, un’alluvione appunto, ma poteva trattarsi di un tramonto come di una migrazione di elefanti, di un qualsiasi avvenimento. In questo senso, senza il rumore meccanico che si sente nei primi secondi del disco, una sorta di interruttore, come una cornice, non si sarebbe potuto nemmeno distinguere l’inizio dell’esecuzione dai suoni d’ambiente che di volta in volta, per forza di cose, la precedono.

L’andamento di un ritmo, come di ogni movimento, è sempre sfasato, perché può essere riconosciuto soltanto nella ripetizione. E se le quattro parti di Flood possono distinguersi facilmente anche attraverso l’ascolto, nell’insieme fluiscono l’una nell’altra come momenti successivi di un unico violento cataclisma. Come esistono le onde sonore devono esistere pure le alluvioni. Ma qui il disastro si svolge nella sua placida e fredda naturalità, segue ineluttabile la successione delle sue fasi, nell’apice della distruzione, quello che potrebbe essere l’arrivo di uno tsunami, come nella lentezza con cui i detriti galleggiano sull’acqua, all’altezza dei tetti delle case, nelle ore infinite dopo la tempesta: “A rainbow spans the vast water. Beyond that, a new sky commences” (Flood III). Parliamo sempre di un gruppo di metal estremo eppure, si diceva, questo è probabilmente il disco più pacato della prima produzione del trio giapponese: restando sulla metafora dell’inondazione cui il titolo sembrerebbe alludere è come se l’acqua arrivasse per gradi, come se il suo livello si alzasse lentamente all’interno della nostra stanza fino a far galleggiare gli oggetti — l’inesorabile crescendo di Flood I non passa per una climax come in tanto post rock coevo ma, appunto, per la più radicale ripetizione. Nella seconda parte sembra che ci vengano ormai sommersi gli occhi e le orecchie e che tutto si attenui, il diluvio non si sente e le cose si muovono regolarmente sott’acqua. Con Flood III il disastro si compie, le pareti crollano e l’acqua si porta via tutto. Nei momenti precedenti a questo definitivo straripamento è presente l’unico cantato, dopodiché si raggiunge l’apice del disco. Ma mentre tutto viene portato alla deriva già un nuovo cielo si apre. L’allagamento defluisce lentamente nella quarta parte. Tanto lentamente che in molte critiche si è sostenuta l’inappropriatezza o l’esagerazione degli ultimi venti minuti di puro ambient-noise. Eppure, la sensazione è proprio il graduale e naturale ricongiungimento del suono nell’oceano originario di rumore. Non c’è bisogno di prendere flood alla stregua di un concept album , né come una sorta di poema sinfonico, composizione classica che descrive musicalmente una scena o un’idea: il richiamo all’inondazione non deve necessariamente rimandare all’acqua, né bisogna seguire alla lettera questa personale visione di devastazione. Ma qualcosa di simile ad un lento e inesorabile disastro è quello che accade nei 71 minuti di flood, e dopo non ci si può che sentire meglio.

  1. Flood I
  2. Flood II
  3. Flood III
  4. Flood IV
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