"Last Call For All Passengers"_DAN TERMINUS

Nel fantastico mondo dei microgeneri musicali nati e/o cresciuti internet, un posto d’onore è occupato dalla synthwave. Ovviamente, non c’è un accordo neanche sul nome: synthwave oppure outrun oppure retrowave. O anche darksynth, che in teoria sarebbe un’altra cosa ma in pratica no, e viceversa, e così via. In breve: stiamo parlando di una corrente stilistica di musica elettronica che si richiama in maniera impenitente a certe sonorità degli anni ‘80 dominate dai sintetizzatori analogici, di quelli ben mostrati da Retrosound (magari replicati usando qualche plug-in), nelle loro versioni più “diegetiche”.

Tra i numi tutelari vi sono John Carpenter, Vangelis, i Tangerine Dream, Giorgio Moroder, ma anche colonne sonore per videogiochi (come quella di Hiroshi Kawaguchi per OutRun, titolo che addirittura è divenuto sinonimo del genere). A tutto ciò si accompagnano riverberi chiusissimi, batterie elettroniche, e il resto dell’armamentario stilistico, riletto però in chiave potenziata. Le partiture dei sintetizzatori sono piuttosto quadrate, costruite come se fossero riff e fraseggi di chitarra distorta, su ritmiche quadrate e martellanti: in molti casi si ha l’impressione di ascoltare heavy metal riarrangiato timbricamente. Ciò che tra l’altro in qualche caso è accaduto, per mezzo di varie cover e qualche tributo.[1] Non può mancare un’estetica ben precisa, marcatamente retrofuturistica, con la ripresa di tanti cliché tipici dei film di fantascienza e horror degli anni ‘80 – praticamente Neuromante/Blade Runner/Akira – insieme a tutti gli effetti grafici in stile griglia di rendering.

Tutto ciò lascerebbe pensare all’ennesima variazione sul tema vaporwave. E invece (e per fortuna) no, o almeno non proprio. Nonostante un’apparente contiguità, e talune analogie, siamo in tutt’altri lidi. Per farla molto breve, dove l’estetica vaporwave è statica, morbida, caratterizzata da tinte pastello (su tutti il rosa), luci diffuse, ambientazioni da interno giorno condite da statue greche, quella synthwave è terribilmente dinamica, dura, in un perenne esterno notte squarciato dalle tonalità accese dei neon (quasi sempre viola) e delle macchine sportive che sfrecciano. Insomma, non due cose assolutamente irrelate, ma forse gli estremi opposti dello stesso spettro.[2]

Coerentemente, anche da un punto di vista musicale si presenta un’opposizione analoga. Come è noto, la vaporwave nasce dall’utilizzo di campionamenti di cose quali musica lounge, R&B, un certo pop più da classifica, muzak e altre amenità prodotte dagli anni ‘80, a voler dire che tutto è già stato detto e fatto – quasi il tempo fosse finito – e che si può solamente cercare di ricombinare quello che c’è. Al contrario, la synthwave nasce come musica composta, che tra le sonorità del passato sceglie quelle che suonavano più futuristiche – come il “sound of the future” di Giorgio Moroder[3] – con l’idea che quel futuro immaginato sia in qualche modo ancora possibile.

Non mancano infiltrazioni synthwave in territori mainstream: il tema di Stranger Things di Michael Stein e Kyle Dixon (attivi nell’ambito anche come Survive); “Nightcall” di Kavinsky, firmata assieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk e presente nel film Drive (2011). Di recente, The Weeknd ha utilizzato queste sonorità e un’estetica simile per “Blinding Lights”.

Il francese Dan Terminus è uno dei musicisti che mostra quanto forte sia la connessione tra synthwave e metal, anche in termini di pubblico, come testimonia l’interesse di riviste come Decibel e Metal Hammer. D’altro canto, come i suoi forse più celebri compagni di scena e di tour Perturbator e Dynatron, Dan Terminus pubblica per la finlandese Blood Music, nota appunto sia in ambito elettronico sia di metal estremo. Sia Wrath of the Code (2015) sia Automated Refrains (2017) sono una fedele rappresentazione della synthwave più ortodossa, con il loro preciso equilibrio tra synth, metal, e componente cinematografica. Per cui, all’annuncio dell’uscita di un nuovo album di Dan Terminus, mi aspettavo una sicura (e rassicurante) prosecuzione lungo le stesse coordinate stilistiche. Fortunatamente così non è stato. Non che il nostro abbia prodotto un disco free folk o bossa nova: gli ingredienti di base sono lì, eppure qualcosa è cambiato, e di molto.

Se nei dischi precedenti la maggior parte dei brani sembrava costruita su sequenze di accordi e note rigorosamente in staccato, con gli accenti ritmici quasi sempre sui quarti, in Last Call for All Passengers (2020) tutto ciò viene in qualche modo scosso e riposizionato. Gli accenti divengono più sbilenchi, i riff si avvolgono su loro stessi, e i pattern ritmici passano dall’heavy metal al big beat.

L’opener “Oubliette” ne è un chiaro esempio: all’ingannevolmente familiare inizio sull’arpeggiatore scandito da semplici note di bass-synth fa seguito improvvisamente un rullante frenetico che trascina con sé la traccia: in qualche modo mi ha richiamato alla mente quello di “Freeze Me” dei Death From Above. Altrettanto interessante è “Requiem”, che da un punto di vista sia musicale sia atmosferico, non sfigurerebbe in The Fat Of The Land (1997) dei Prodigy. Ciò non sorprende eccessivamente: in una recente intervista, Dan Terminus ha ammesso che in quest’album, insieme ai suoi classici riferimenti, ha avuto un ruolo determinante proprio il loro Invaders Must Die (2009), come anche Bomb the Bass e Fatboy Slim.

Da ricordare anche “Disfigured”, forse la traccia in cui il passato e il presente della produzione del nostro si amalgamano meglio, la furiosa “Abattoir” e soprattutto “Excalibur”. In quest’ultima traccia Dan Terminus centra un punto decisivo, offrendo un esempio compiuto di musica cyberpunk, intesa proprio come “the soundtrack to a cyberpunk setting”, che è il modo in cui egli concepisce la propria musica.


[1] È il caso dei Nitelight che hanno coverizzato Symbolic dei Death o di Gregorio Franco e la sua “Call of Ktulu” dei Metallica, o ancora della raccolta-tributo MetalWave Compilation – Altars of Synthness.

[2] In questo video, Pinkas dice queste cose in maniera ben più chiara (a parte ueiporvave).

[3] Come è noto, il suo nome è Giovanni Giorgio, ma tutti quanti lo chiamano Giorgio.

  1. Oubliette
  2. Requiem
  3. Inhert
  4. Disfigured
  5. Multitude
  6. Ruins
  7. March
  8. Abbatoir
  9. Feral
  10. Excalibur

[1] È il caso dei i Nitelight che hanno coverizzato Symbolic dei Death o Gregorio Franco e la sua “Call of Ktulu” dei Metallica, o ancora della raccolta-tributo MetalWave Compilation – Altars of Synthness.

[2] In questo video, Pinkas dice queste cose in maniera ben più chiara (a parte ueiporvave).

[3] Come è noto, il suo nome è Giovanni Giorgio, ma tutti quanti lo chiamano Giorgio.

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