"Ultra Mono"_IDLES

Lo scorso anno, casualmente sempre per il numero di ottobre, avevo già avuto occasione di parlarvi degli IDLES e concludevo così la recensione: “Dopotutto, chissà se il terzo album degli IDLES non si rivelerà un pentolone di melense sonorità indie pop e canzoni d’amor perduto?”. Ebbene, il terzo lavoro in studio della formazione post-punk di Bristol è appena uscito per Partisan Records e penso proprio che sia il momento di tirare le fila.

Li abbiamo visti in tutte le salse: con il capo adornato di fiori, in completo rosa, schierati come nelle foto delle squadre amatoriali di calcetto, tutti abbracciati, tutti in mutande. Il gruppo capitanato da Joe Talbot nel giro di due anni ha confermato il primato di presenze sulle copertine delle riviste di settore più in voga e anche gli ambiti studi di Abbey Road, oltre a suscitare un bel po’ di gossip per via di una presunta scaramuccia con i Sleaford Mods. Delle icone con i fiocchi, insomma. Mettiamoci pure che sono cinque uomini bianchi che si definiscono femministi, antirazzisti, antifa e chi più ne ha più ne metta. Roba che NME (ma potrei anche dire Rolling Stones) ci si fionda sopra che è una delizia. MA – e voglio proprio che risulti così questa avversativa, arrogantemente maiuscola, pienamente conscia del fatto di stare per spazzare via qualsiasi dubbio circa un giudizio positivo su quanto scritto finora – avevamo veramente bisogno di Ultra Mono?

L’ultima attesissima incisione del quintetto di Bristol è uscita il 25 settembre scorso, preceduta da una campagna promozionale estremamente fitta. Qualcuno ha già scritto che effettivamente l’hype è stato turbato da una fuga di pubblicazioni piuttosto incontrollata, tanto che dopo quattro singoli in anteprima (Mr. Motivator, Grounds, A Hymn e Modern Village) e diverse anteprime eseguite dal vivo già lo scorso anno, c’era davvero poco altro da scoprire di questo Ultra Mono.

Nonostante tutto ammetto con serenità che io stessa non vedevo l’ora di mettere le mani su questo album, sia perché i primi due mi avevano piacevolmente incuriosita per il loro carattere sporco, a tratti furente, sia perché genuinamente curiosa di sapere se il mio pronostico sarebbe stato confermato. In precedenza ero stata intrigata dalla capacità compositiva e comunicativa di Talbot; i testi mi divertivano assai per la loro cifra “anthem-ica” capace di rimanerti in testa, ma che in molti avevano criticato (ma dopotutto c’è ancora gente che si abbraccia cantando Wonderwall, quindi di che stiamo parlando?).  Il giorno seguente la pubblicazione sulle piattaforme streaming ho infilato le cuffiette, ho premuto play e da lì è stato come se la smorfia di disapprovazione che mi si è stampata in volto non si fosse più cancellata.

Qual è secondo me il problema di Ultra Mono? Che non ha un solo problema, ma alcuni e purtroppo sotto diversi punti di vista.

Parto dall’aspetto più frivolo e soggettivo tra tutti, che voglio brevemente esporvi solo per togliermi un sassolino dalla scarpa: la cover è veramente orrenda. Purtroppo il mio vocabolario manca di sinonimi che riescano a sintetizzare in maniera più allusiva i miei sentimenti sull’artwork in questione. Se vivessimo ancora in una dimensione in cui comprare fisicamente l’album, magari a scatola chiusa, fosse l’unico modo per poter accedere al suo contenuto probabilmente non avrei mai ascoltato Ultra Mono. Come direbbero oltremanica e oltreoceano, non è appealing.

Ora che cammino più comoda posso passare al secondo nodo, quello a mio avviso cruciale: non ho riscontrato alcuna novità rispetto alle precedenti uscite, se non fosse per l’assoluta vuotezza di significato che permea questo disco. Ciò che avevo apprezzato in Brutalism era stata la capacità di Talbot di attingere dalla propria biografia per riflettere sulla sua evoluzione personale, un racconto in cui l’ascoltatore (soprattutto se di genere maschile, essendo la mascolinità tossica uno dei temi portanti della narrazione) poteva ritrovarsi o che poteva effettivamente fare proprio per interpretarsi a sua volta. Lo stesso vale per il loro secondo album, Joy as an Act of Resistance (2018), considerabile un “volume 2” del suo predecessore, ma meno tetro. Il peccato originale di cui si macchia invece Ultra Mono sembra essere un eccesso di retorica, che per una band che si definisce politica è assolutamente inammissibile. Forse capitan Talbot è stato colto da un momento di afasia compositiva, da uno strano cortocircuito tra le ragioni del cuore e la penna tramite cui comunicarle – o forse è semplicemente furbo.

Nel momento in cui sto scrivendo questo (s)consiglio musicale è trascorsa circa una settimana da quando il neonato in casa IDLES ha visto la luce, e sono state molte le occasioni in cui mi sono presa un momento per riascoltarlo tutto o parzialmente, in cerca di redenzione. “Magari devo solo farci la bocca” mi dicevo, quasi dovessi autoconvincermi. Ma non c’è stato verso. Ogni volta sentivo montare dentro di me sentimenti contraddittori, un misto di rabbia e noia, perché non riesco a rinunciare all’idea che anziché cedere alle possibili pressioni della label, avrebbero potuto prendersi un momento per tirare fuori un altro album di cuore.  Probabilmente è vero che i soldi profumano.

  1. War
  2. Grounds
  3. Mr. Motivator
  4. Anxiety
  5. Kill Them With Kindness
  6. Model Village
  7. Ne Touche Pas Moi
  8. Carcinogenic
  9. Reigns
  10. The Lover
  11. A Hymn
  12. Danke
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