“Stupide cose di enorme importanza”_MARCO GIUDICI

by Gabriele Mellia Amari

Per chi dorme
Spremuta d’arancia
Risaie amare
A volte io mi sento solo
Nei giorni così
Forse è un grazie
Alla fine è passato un amico
Pallonata con fotografia
Stupide cose di enorme importanza

Non amo molto parlare al telefono.
Non so bene se sia dovuto ad un mio personale rifiuto verso l’utilizzo di questo mezzo per comunicare rispetto ad altri o se sia una normale evoluzione della nostra generazione che si identifica ormai in una comunicabilità lampo favorita da sms, messaggi vocali, foto o video inviati tramite smartphone e computer senza la minima attesa. È possibile che sia un po’ la somma delle due. Forse è anche il senso di inadeguatezza che provo nel comunicare via telefono le mie emozioni, siano esse legate a semplici conoscenze o invece a rapporti molto più importanti. Ovviamente questo non vale per le telefonate di lavoro, che comunque considero superflue. A volte un messaggio scritto è molto più esaustivo, rimane come “documento” e mi da la possibilità di scegliere bene le parole e i modi per dirlo.

Mia madre dice sempre che i messaggi sono vuoti perché non se ne può evincere il tono, ma credo che noi ragazzi (ormai non più tanto giovani), nati col cellulare, siamo forse riusciti ad imparare a leggere anche quello (ovviamente non mi riferisco ad emoticon o a frasi scritte in maiuscolo per enfatizzare o alleggerire il tono di una conversazione senza voce).

Di solito riesco ad essere più lucido quando scrivo e i silenzi, più che naturali durante una conversazione, non risultano poi tanto imbarazzanti. Scrivendo un messaggio, il silenzio potrebbe essere qualsiasi cosa: l’essere andati a bere dell’acqua; il trovarsi in bagno; l’essere impegnati in un’altra conversazione, magari con il proprio coinquilino o collega; il cellulare che improvvisamente si spegne perché scarico.

In ogni caso, il silenzio vissuto durante una conversazione dal vivo non mi spaventa. La presenza fisica completa l’assenza verbale, cosa che al telefono non è possibile replicare. Quel silenzio è un po’ come una cartolina: sai che ti è stata inviata, ma probabilmente arriverà quando il mittente sarà già tornato dal viaggio da alcune settimane. La cartolina è il tempo che si ferma. È qualcosa che scappa agli orologi, così come il sentirsi presenti e sentire presente qualcuno con il quale vogliamo condividere i nostri silenzi.

Il mio astio verso le “chiamate vocali” è però recente, adulto. Ricordo che da piccolo, intorno ai 10-12 anni, ero solito condurre telefonate lunghissime con i miei amici. Così lunghe che spesso erano interrotte da mia sorella, che magari voleva fare la stessa cosa, o da mia madre che mi imponeva di andare a dormire visto il successivo giorno di scuola incombente. Chiamate così lunghe e piacevoli che anche in quel caso il tempo non poteva accedervi.

Quando si sta bene il tempo vola, si dice.

Il disco del quale ho deciso di parlarvi è come una di quelle telefonate. Una chiamata con un carissimo amico che nonostante tu abbia visto la mattina a scuola sembra che i momenti passati ognuno nella propria vita sentano la necessità di essere argomento pulsante di discussione per parecchie ore, con una cornetta bollente all’orecchio.

Stupide cose di enorme importanza non è un caro amico. È la telefonata a quel caro amico. E l’orecchio diventa bollente al suo ascolto.
Attendo il terzo squillo prima di rispondere; mi sdraio sul divano; metto il televisore in muto; premo il tasto con la cornetta colorata di verde: pronto?

Il timbro della voce dall’altra parte del ricevitore è confortante, nonostante la trasmissione telefonica alteri sempre un po’ le frequenze. Leggermente disturbato, come l’effetto della puntina del giradischi sul vinile dell’incipit di Per chi dorme, prima intimissima traccia di questo album. Soffice ed ovattato come il sax che ti conduce per mano verso le voci calme e perfettamente congiunte che intonano le prime parole della canzone, come una ninna nanna: “riposa la testa/nascondila qua”. Tutto quello che vorresti sentire quando chiami un amico la sera, stanco dopo una giornata lunga ed impegnativa.

Spremuta d’arancia sembra quella stanchezza, tramutata in pochi suoni accuratamente scelti: percussioni elettroacustiche, un pianoforte, un fischiettio, una voce vicinissima che dice “mai/non rifacciamolo mai” come un mantra. Una culla sonora contro l’ansia.

“Parli più piano di notte/fosse giorno rideresti forte” canta Marco in Risaie amare, terza traccia del disco. Il groove della batteria qui è fortemente descrittivo: l’invito a lasciarsi andare (ma non scherzarci cretino/camminare sull’acqua è un gioco da bambino) è seguito dall’incedere prima cauto sulle pelli, con pochissimi colpi di cassa, bacchette che sbattono tra loro, piatti colpiti come per sbaglio, fino ad arrivare al portamento vero e proprio del pezzo, sicuro, come se il solo parlarne abbia infuso fiducia.

E dopo il conforto, segue la confessione. Ma è una interferenza. Il telefono cordless forse si sta scaricando. Non si sente molto, tranne dei rumori. Solo il titolo è chiaro: A volte io mi sento solo.

Potresti ripetere?

Nei giorni così è un segreto sottovoce. Un piccolo dolore che riaffora, da raccontare a chi, dall’altro lato della cornetta, guarda fisso il soffitto sdraiato sul divano, sapendo benissimo che quel “guaio allo sterno” l’abbiamo avuto tutti e non sarà suo compito giudicare.

Sono passati molti mesi da quando ho iniziato a scrivere di questo disco e da quando l’ho ascoltato la prima volta. Ero diverso e molto intorno a me era diverso. Oggi anche questo disco è diverso, come se fosse cresciuto dentro le orecchie. Ogni vaso vuoto può contenere un fiore.

Da quando ho alzato la cornetta ad oggi i fiori forse sono nati e morti varie volte senza che me ne accorgessi e il mio modo di ascoltare queste canzoni è cambiato.
Delle tracce che rimangono non scriverò. Parlerò di Marco. Di come potrei essere io. Di come potrebbe essere ognuno di noi.
In precisi momenti della nostra vita, in quelli forse più stanchi, si parla così, si vibra così, si risuona così. Ogni scelta in questo disco rappresenta quel preciso momento in cui abbiamo sentito il bisogno di telefonare ad un amico: ogni suono, ogni strumento, ogni parola, ogni intenzione negata, abortita, scalfita, incrinata sia nella voce che nell’esecuzione musicale.

E quando ti rendi conto che l’amico che vorresti chiamare sei tu, il cortocircuito è servito e il telefono scompare, il disco finisce, il fiore nel vaso non spunta.

Ma siamo sicuri di aver messo un seme in quel vaso?

Oggi riascolto Marco e le sue Stupide cose di enorme importanza e decido di mettere un seme in quel vaso.
Spero capiti anche a voi.
Cade la linea. Chiudo. 

  1. Per chi dorme
  2. Spremuta d’arancia
  3. Risate amare
  4. A volte io mi sento solo
  5. Nei giorni così
  6. Forse è un grazie
  7. Alla fine è passato un amico
  8. Pallonata con fotografia
  9. Stupide cose di enorme importanza
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