“Yalla Yalla”_FATIMA AND THE MAMLUKS

by Manlio Perugini

In Progetto Quintaglio (Fossil Hunter) di Robert J. Sawyer, il geologo Toroca, sostenitore di una teoria evoluzionista, riesce a rafforzare la propria tesi attraverso l’analisi stratigrafica di un campione di terreno, mettendo in questione le credenze stabilite dalla tradizione.

Non credo che andremo incontro allo stesso esito applicando metaforicamente il metodo stratigrafico a Yalla Yalla (2014), pubblicato a nome Fatima And The Mamluks da Emotional Rescue. I brani effettivamente presentati sarebbero, a voler essere pignoli, solo 4, sebbene poi siano inclusi anche remix e una versione dub. Questo è ciò che resta dei due progetti (Fatima/And The Mamluks) con i quali Georg Kajanus ha esplorato i versanti più elettronici del pop degli anni ’80, condendoli con sonorità mediorientali, con le quali aveva familiarizzato durante i suoi numerosi viaggi. Gli strati di cui si compone Yalla Yalla possono essere descritti come segue:

Strato 1: Georg Kajanus. All’anagrafe Georg Johan Tjegodiev Kajanus, nato a Trondheim (Norvegia) dal principe russo Pavel (Paulo) Tjegodiev Sakonski e da Johanna Kajanus, famosa scultrice franco-finlandese, discendente di Robert Kajanus, compositore amico di Jean Sibelius e fondatore di quella che diverrà poi l’Orchestra Filarmonica di Helsinki. Fin da piccolo ha l’opportunità di conoscere differenti realtà, vivendo tra la Norvegia, la Francia (soprattutto Parigi, dove studierà musica, e Saint-Tropez), il Canada (dove si interesserà alla scena folk) e Londra. Proprio qui avrà inizio la più importante avventura musicale del nostro. Dopo aver scritto “Flying Machine” per Cliff Richards, che non avrà il successo sperato, Kajanus incontra Henry Pickett, con il quale fonda il duo Kajanus Pickett. Con l’ingresso di Henry Marsh e Grant Serpell nascono nel 1973 i Sailor, che nel giro di pochi anni riscontrano un discreto successo con “A Glass of Champagne“ e “Girls, Girls, Girls”, entrambi dal secondo album Trouble (1975). Il loro pop, che non disdegna aperture in direzione sia rock sia disco, è caratterizzato da sottili suggestioni esoticheggianti ma soprattutto dall’utilizzo del nickelodeon: uno strumento a tastiere che in qualche modo univa insieme sintetizzatore e Glockenspiel e che permetteva ai Sailor di replicare dal vivo i loro arrangiamenti (omonimo dell’organetto a gettoni). Dopo la conclusione della prima iterazione dei Sailor, Kajanus si dedicherà ad altri progetti, tra i quali spiccano i DATA (1980-1985). Nati a partire dagli esperimenti di Kajanus con la musica elettronica, proporranno un synthpop non privo di influenze classiche, evidenti soprattutto nella title track del debutto Opera electronica (1981).

Sailor e DATA sono però solo i più famosi tra i progetti di Kajanus: in mezzo vi sono tantissime altre collaborazioni (e viaggi in giro per il mondo), per i quali si consiglia un giro sul sito sailor-music.com, vero punto di riferimento per la sua produzione. Eppure, neanche lì sono reperibili informazioni sui due progetti Fatima (&) The Mamluks, cui pure prese parte Henry Marsh, suo sodale proprio nei Sailor. I due progetti erano separati ma complementari: entrambi percorrevano i sentieri della cosiddetta world music (orrore!!!), fondendo melodie orientali e ritmi marcatamente synthpop, ma con più di qualche propensione alla pista da ballo. Solo una manciata di brani verrà prodotta, senza che veda effettivamente la luce.

Strato 2: Razormaid. Dalla seconda metà degli anni ’80 fino a tutti i ’90 (e oltre), molte furono le etichette che offrivano un vero e proprio servizio di remix ai DJ e ai club, sempre alla ricerca di nuove sonorità. Tra di esse, la Razormaid di San Francisco si fece notare non solo per un’attenzione al packaging al di sopra della media, ma anche per la scelta dei brani. Joseph Watt e Art Maharg (questi i nomi dietro Razormaid) lavoravano di preferenza su tracce di artisti europei, facendosi alfieri dell’ingresso sulla pista da ballo di sonorità new wave e synthpop provenienti da questo lato dell’oceano. I loro pulitissimi remix di brani appena usciti (o in procinto di uscire) in Europa miscelavano sapientemente il sound originale, i remix “ufficiali” e le versioni dub dei brani. I loro remix (introvabili e costosissimi fin dall’epoca) ben presto varcarono i limiti delle discoteche, al punto che nomi del calibro di Depeche Mode e Gary Numan inclusero i “Razormaid mix” nei loro 12”. In qualche altro caso, questi Razormaid mix hanno addirittura costituito le uniche effettive pubblicazioni di alcuni progetti, salvandoli dall’(immeritato) oblio.

Tra le scoperte compiute da Razormaid nei loro viaggi in Europa vi furono proprio i due progetti “orientaleggianti” di cui sopra. Molto probabilmente sulla scorta del successo dei DATA, Watt e Maharg scavarono a fondo, fino a reperire tra le altre “Hassan”, “Behbe” e “Hammer and the Heart”. I loro remix non solo resero finalmente giustizia a quelle tracce perdute, ma ne fecero brani assai ambiti.

Strato 3: Emotional Rescue. Uno dei tanti colori sulla bandiera Emotional Recordings (insieme alla gemella Emotional Response e a varie altre) fondata da Stuart Leath, l’etichetta londinese si dedica a un sapiente lavoro di ricerca, riscoperta e ristampa di dischi a volte nascosti “nelle pieghe del tempo”. L’ottica in cui Leath lavora considera ogni disco come un progetto artistico a tutto tondo, a cui dedicare cura e attenzione sia dal punto di vista propriamente musicale sia da quello visivo: le loro ristampe utilizzano ove possibile il materiale originale, vengono effettuate su vinili vergini e rese disponibili in formato digitale sulla pagina Bandcamp dell’etichetta. L’idea di fondo è quella di offrire in qualche modo un pubblico più ampio a dischi che per vari motivi non hanno originariamente avuto questa possibilità. Non sono di certo gli unici, né i primi, ma personalmente ritengo che siano tra i più bravi.

All’inizio del 2014 Emotional Rescue pubblica appunto Yalla Yalla, un doppio LP che presenta, in versione rimasterizzata, sia i Razormaid mix sia le tracce originali, queste ultime per la prima volta. Tra i particolari degni di nota, la tracklist. Lungi dall’essere didascalico, l’ordine in cui vengono presentate le tracce sembra essere prettamente musicale (per esempio: i remix precedono, spesso di qualche traccia, le versioni originali), quasi pensato perché possano essere riutilizzate da qualche volenteroso e appassionato DJ.

Come tutte le metafore, anche quella geologica qui presentata mostra i suoi limiti. Nel caso specifico, perché l’oggetto in questione non è semplicemente la somma dei suoi componenti. Pur costituendosi per accumulo, Yalla Yalla tiene fede al detto per cui il vero è l’intero, quantomeno da un punto di vista onto-logico. Senza scomodare ulteriormente Aristotele o Hegel, il punto secondo me è che il disco ha una sua piena sussistenza musicale, che è appunto il risultato di un’interazione e non di un semplice accostamento. Le differenti interpretazioni del medesimo groove, o le melodie che si ripresentano sotto vesti differenti si arricchiscono vicendevolmente. Personalmente è stata una piacevole sorpresa, e se anche mi dispiace che questi brani non abbiano ricevuto la visibilità che meritavano quando sono stati pubblicati, trovo che la stratificazione che ha portato a Yalla Yalla abbia dato loro la miglior forma possibile.

  1. Fatima – Hassan (Razormaid Remix)
  2. And The Mamluks – Hammer And The Heart
  3. And The Mamluks – Behne (Razormaid Remix)
  4. Fatima – Toubib
  5. And The Mamluks – Hammer And The Heart (Razormaid Remix)
  6. Fatima – Hassan
  7. Fatima – Hassan (Razormaid Dub)
  8. And The Mamluks – Behne
0 comment

You may also like