“Head over Heels”_COCTEAU TWINS

by Baron Brown

Fa un po’ strano ripensare al percorso goffo che ho dovuto compiere prima di arrivare ad immergermi pienamente nel mondo dei Cocteau Twins. Anzi, per dirla meglio, prima di arrivare semplicemente a capire CHI fossero i Cocteau Twins.

Era il 1998, avevo 12 anni, Internet non era ancora esploso, e robe alla Shazam erano fuori da ogni immaginazione. Se capitava di ascoltare in tv uno spezzone di un brano interessante e non c’era nessuno di mia conoscenza tramite cui scoprirne il titolo e l’artista, dovevo sperare di incapparci prima o poi casualmente in una stazione radio, con uno speaker misericordioso pronto a scandire forte e chiaro le generalità di quell’agognata canzone che altrimenti agli occhi miei sarebbe rimasta orfana e senza nome.

Poi, andava ancora meglio se nel corso di una trasmissione musicale televisiva ne veniva mandato in onda il videoclip, perché questo per me equivaleva ad un jackpot : mi risparmiavo lo zapping compulsivo di frequenza in frequenza alla ricerca del brano, il nome dell’artista e il titolo risaltavano in sovrimpressione, e per di più potevo beneficiare dell’accompagnamento di quella componente visuale che non faceva che aumentare la fascinazione che provavo nei confronti del brano stesso, oltre che permettermi di inquadrare l’artista nella sua fisionomia e di comprendere meglio la sua dimensione estetica.

Ecco, tutto questo non arrivò ad accadermi con i Cocteau Twins.

La prima volta che ascoltai un loro pezzo (o meglio, le prime volte in cui mi capitò di ascoltare sempre lo stesso frammento di un loro stesso pezzo), avvenne in occasione di uno spot pubblicitario di un’automobile che in quell’anno era molto popolare. La canzone che gli faceva da sottofondo era “Carolyn’s fingers”, ma io non lo sapevo ancora. Ricordo solo che all’epoca quei pochi secondi di ascolto mi risultavano assai gradevoli. Ma nessuna radio in giro passava quella canzone, o almeno non mentre c’ero io a fare il ricercatore compulsivo. E di videoclip in giro non c’era traccia, sebbene trascorressi praticamente ogni pomeriggio davanti The Box, Mtv e Tmc2.

Pertanto, questo mistero in un primo momento s’infittì, ma via via si fece più blando, ovvero l’interrogativo continuava ad aleggiare ma con minore frenesia. Poi ad un certo punto The Box non fu più trasmesso, Mtv soppiantò Tmc2 e cominciò a passare sempre meno musica e io mi apprestavo ad entrare prepotentemente in una fase metallara. E così questo pezzo finì per essere accantonato come una questione irrisolta in qualche remoto angolo del cervello, semi-dimenticato e destinato ad essere etichettato genericamente, per sempre, come “quella canzone di quella pubblicità di quella macchina”.

Intanto gli anni passano, ci ritroviamo catapultati nel bel mezzo degli anni 2000. La musica in formato mp3 comincia a dilagare, e a differenza di prima se ne possiede e se ne ascolta una quantità sempre più abnorme e in formato digitale.

Fu in questo periodo che per la prima volta vidi spuntare in una cartella zeppa di brani sfusi il nome Cocteau Twins, di cui era presente un solo brano intitolato “Alice”. Ebbene, devo dire che anche “Alice” mi piacque tantissimo, lo ascoltai e riascoltai una miriade di volte, ma ovviamente non feci alcun collegamento con quei pochi secondi di spot pubblicitario di diversi anni prima. Tuttavia, anche in questo caso si presentò comunque un inconveniente identificativo, stavolta esclusivamente per causa mia. Infatti, in questo pezzo Elizabeth Fraser, la voce di questa band scozzese (cominciamo ad entrare nello specifico), organizzava il suo cantato sovrapponendo due parti di voci abbastanza diverse tra di loro sia per timbro che per registro vocale.

Al punto da sembrarmi che fossero due persone diverse a cantare.

Qui il pasticciaccio: mi convinsi fermamente, non so per quale oscura ragione, che i Cocteau Twins fossero un duo femminile, due sorelle gemelle, delle quali Cocteau era il cognome, e che quindi loro fossero le Gemelle Cocteau. Perciò, tutto gongolante ed estasiato, archiviai sbrigativamente dentro me stesso la questione in questa maniera del tutto assurda e insensata.

Gli anni continuavano a trascorrere, avevamo fatto il nostro ingresso degli anni Dieci del ventunesimo secolo, e oramai eravamo fuori controllo. La mole di musica e di generi conosciuti e ascoltati si è estesa a dismisura, e si consulta sempre più frequentemente il web e da più diverse fonti pur di giungere al quadro più chiaro e completo possibile su ogni entusiasmante band di turno in cui ci si imbatte.

I tempi sono ufficialmente cambiati: le informazioni si ricercano, non si immaginano.

In tutto questo, i videoclip già da un po’di tempo sono accessibili e alla portata di tutti, e per di più gli algoritmi si sono evoluti in modo inquietante nei loro suggerimenti di ricerca, capaci di creare in tempo reale degli allettanti sentieri personalizzati ad hoc da percorrere per svariate ore, per poi arrivare puntualmente a perdersi di casa, dimenticandosi da cosa e da dove era partita la ricerca originaria.

È stato proprio durante una di queste scorribande che la verità mi piombò addosso come un fulmine a ciel sereno.

E fu la prima volta che scovai e guardai il videoclip di “Carolyn’s fingers” dei Cocteau Twins. E rimasi spiazzato.

Non sapevo proprio se:

  • essere felice per il fatto che finalmente, dopo oltre un decennio di attesa, fossi riuscito ad identificare titolo e autore di quella canzone di quella pubblicità che tanto mi ossessionò nella preadolescenza.
  • essere sorpreso dal fatto che la canzone in questione fosse di un gruppo di cui conoscevo già il nome e pure un brano, provando anche una flebile sensazione di fastidio di fondo, come se la soluzione a quel vecchio quesito irrisolto fosse stata in qualche modo parzialmente sotto il mio naso da qualche tempo a quella parte senza però che me ne accorgessi.
  • essere sconvolto del fatto che i Cocteau Twins in realtà fossero una band con una sola figura femminile alla voce. E non un duo femminile, come le Gemelle Cocteau.

Sta di fatto che fu proprio a partire da qui, superato lo shock iniziale, che intrapresi un curioso viaggio nel mondo dei Cocteau Twins. Cominciai ad accorgermi sin dalle prime battute che non si trattava di un qualcosa di usuale, nient’affatto, c’era molto di più sotto. Del resto, non è un caso che siano ritenuti proprio loro gli inventori di un nuovo genere come il dream pop. Infatti, pur essendovi di base un’impronta new wave e post punk, generi che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 spopolavano a livello internazionale, e più specificamente delle sonorità goth rock ed ethereal wave che rimandavano a band come i Souxsie and the Banshees, i Cocteau Twins erano portatori di alcune singolarità che li rendevano unici più che mai a livello stilistico, a partire dal cantato di Elizabeth Fraser.

Non una voce qualunque, ma “la voce di Dio”, com’è stata ribattezzata più volte.

La sua maniera di cantare infatti è fortemente caratterizzata dalla glossolalia, cioè l’articolazione di suoni che assomigliano ad un linguaggio ma che in realtà sono incomprensibili, e che di fatto rendono il linguaggio stesso sconosciuto. Per capire di cosa si tratta basta prendere un qualsiasi loro brano e cercare di leggere e seguire il testo di pari passo al suo ascolto. Ci si rende conto che non è possibile, che le parole praticamente non vengono mai scandite, e che i versi spesso e volentieri vengono ingoiati in un’unica tirata da vocalizzi fluttuanti. Ci si rende conto, in altre parole, che Elizabeth Fraser scrive i testi non per la sua intenzione di cantarli, ma per la sua intenzione di suonarli. Di conseguenza, nel caso dei Cocteau Twins la voce assume il ruolo di uno strumento che suona le parole

A questa peculiarità, poi, si va ad aggiungere e intrecciare tutta l’effettistica impiegata, nella fattispecie quell’utilizzo stratificato e sconfinato di flanger, riverbero e delay, che vanno a generare delle suggestive ambientazioni oniriche : non a caso, il loro sound è costituito uno strato perennemente ovattato e fioco, cosa che per l’appunto dà l’impressione a chi ascolta di non interagire con un pianeta visibile e materiale, ma con un pianeta più etereo e impalpabile che rimanda a quella parte più emozionale e recondita di ogni essere umano.

Al suo interno si dispiega una vasta gamma di colori diversi fra di loro, definiti in particolare dalla chitarra di Robin Guthrie e dal suo carattere a volte più languido e altre più vivace e distorto, ma anche dai ritmi dettati da un basso corposo e avvolgente e da una drum machine risonante, che specialmente nei momenti più lenti e pacati ci introducono in territori indefiniti dove la percezione si dilata.

Pubblicato nel 1983, “Head Over Heels” è il secondo album dei Cocteau Twins, ed effettivamente proprio in questo caso fu realizzato da una formazione di cui erano rimasti solo due componenti, ovvero Elizabeth Fraser alla voce e Robin Guthrie nelle vesti di polistrumentista, dopo che il bassista Will Heggie aveva lasciato la band nello stesso anno prima di essere successivamente rimpiazzato da Simon Raymonde.

In When Mama Was Moth l’ascoltatore viene accolto da un tetro paesaggio goth, per ritrovarsi subito dopo coccolato dall’intimismo malinconico di Five Ten Fiftyfold e a seguire dal radioso romanticismo di Sugar Hiccup. Dopodiché, a subentrare è un dinamismo esaltante, che ritroviamo dapprima nella travolgente In Our Angelhood, poi nella vorticosa Glass Candle Grenades, in cui a tratti si ha la sensazione di trovarsi sotto una pioggia di cristalli, per confluire infine nella maestosa In The Gold Dust Rush. La cupa e ipnotica The Tinderbox (Of a Heart),invece, è l’anticamera di altri due brani dalla bellezza sopraffina, ovvero Multifoiled, dalle venature jazz, seguito dalla cadenzata My Love Paramour, per poi accingersi verso un epilogo denso e poderoso rappresentato dal brano Musette and Drums, con cui di fatto si conclude l’album.  

È proprio all’interno di questo lavoro che troviamo i primi bagliori di dream pop, come si può evincere dal brano Sugar Hiccup, per cui in generale possiamo considerarlo un punto di partenza della futura evoluzione sonora della band verso questa direzione. Ma forse soprattutto, esso rappresenta uno dei loro lavori più riusciti, probabilmente il più ricco, completo ed eterogeneo sul piano espressivo ma anche a livello di struttura, composizione e stile, tanto da rendere assai gradevole e multiforme l’esperienza a chi vi si approccia.

Ad ogni modo, i Cocteau Twins si sciolsero nel 1997 dopo nove album all’attivo, complici gli attriti tra Elizabeth Fraser e Robin Guthrie al termine della loro relazione sentimentale, lasciando ai posteri un’eredità dream pop che ha contribuito all’ispirazione di nuovi fenomeni musicali di grande portata come lo shoegaze e il post-rock. Il che la dice lunga sulla loro caratura e su quanto siano stati in grado di incidere in modo assolutamente singolare e significativo, concependo un sound capace di penetrare l’anima in profondità, lasciando un’indelebile impronta nella storia della musica e determinandone alcuni dei suoi successivi sviluppi.   

E io tutt’ora, ogni tanto, ripenso ancora a quella pubblicità e a quella mia vecchia convinzione del cazzo sul fatto che fossero due gemelle.

  1. When Mama Was Moth
  2. Five Ten Fiftyfold
  3. Sugar Hiccup
  4. In Our Angelhood
  5. Glass Candle Grenades
  6. In the Gold Dust Rush
  7. The Tinderbox (Of a Heart)
  8. Multifoiled
  9. My Love Paramour
  10. Musette and Drums
0 comment

You may also like