“Il Sorprendente Album D’Esordio De I Cani”_I CANI

by Gabriele Mellia Amari

Una delle domande che più mi vengono rivolte dopo la consueta sequenza “che cosa fai nella vita?” – “il musicista” fortunatamente per me (e per il questuante) non è “e di lavoro?” ma bensì “e che musica fai?”. La mia risposta, che potrebbe suonare riduttiva se non addirittura banale è un diretto ed orgoglioso “pop”.

Riduttiva perché, come ben sappiamo, pop è un termine talmente ampio, liquido e suscettibile al tempo che anche solo pensare di definirlo sarebbe controproducente al fine di affrontare un così detto small talk (una chiacchera, insomma); banale perché spesso lo stesso termine, soprattutto in musica, viene confuso con “semplice” o, peggio ancora, associato solo al temibile “radiofonico”; diretto invece perché, grazie anche alle due consonanti esplosive in apertura e chiusura al termine stesso, ha il potere paralizzante e risolutivo di una affermazione; orgoglioso perché, se dovessi scegliere una persona che, nel decennio appena concluso, abbia dato un suono nuovo a questa parola, quella persona sarebbe senza ombra di dubbio Niccolò Contessa, meglio conosciuto per essere il fondatore de I Cani con i quali “crea” (oserei dire proprio crea), nel 2011, quello che oggi viene conosciuto come It-pop.

E questo mi rende orgoglioso della mia risposta.

Partiamo dal titolo: Il Sorprendente Album D’Esordio De I Cani.

Non mi dispiace, soprattutto quando a ragion veduta, un po’ di spacconeria: scegliere un titolo per qualsiasi opera è un processo faticoso e nel momento in cui nomini, dai vita. E qui di vita ce n’è parecchia, anche se  Niccolò non voleva certamente passare per lo smargiasso di turno, battezzando il suo primo disco con I Cani in questa maniera. È più una provocazione che, ai tempi dell’uscita del disco, colpì nel segno e divise la critica: chi lo tacciava di megalomania (ahi loro) e chi, con più leggerezza, aveva intuito la “bagatella battesimale” e, semplicemente, sorrise. Poi ascoltarono il disco e forse in parte capirono.

Lo stesso Niccolò, in una intervista, disse che la sua intenzione era quella di fare musica punk con i computer, con i synth e quindi senza chitarre. Infatti considerando il mood del disco, si potrebbe definirlo punk, almeno per quanto riguarda i ritmi. Ma punk è più una attitudine che un genere musicale e questo Contessa lo sa bene e unisce la componente più aggressiva propria del punk (potremmo indentificarla qui nella velocità esecutiva e nella assenza di “ballads”) a melodie estremamente pop, semplici, orecchiabili, prendendo in prestito la fluidità metrica che potrebbe invece essere associata all’hip-hop. Fa anche di più, eliminando quasi del tutto il concetto di ritornello a favore del racconto sempre in divenire, lasciando più spazio alla componente strumentale (i “synth suonati come chitarre”) che si prende la responsabilità di far le veci del più consueto ritornello. Questi riff e questi suoni così presenti (invadenti?), li ritroveremo appunto negli anni a venire, in artisti che come detto prima faranno parte della corrente definita poi It-pop per i quali lo stesso Contessa sarà chiamato spesso in veste di produttore: Calcutta, Coez, Giorgio Poi, Tutti Fenomeni, ecc.

In copertina troviamo una immagine forte, forse un po’ grottesca, senza dubbio canzonatoria: una ragazza legata ad un albero ed imbavagliata ad opera di altri tre, porta sulle gambe la scritta “sono pronta a tutto”. Sembra un rito iniziatico in technicolor, una autoritratto su polaroid che svela forse la natura stessa di Niccolò: vittima e al contempo carnefice della società delle immagini; portavoce del sentimento “lo-fi” tipico del vouyer degli anni ’10 che si trova a metà strada tra la vergogna del mostrare e il godimento nel mostrarsi, ancora un po’ lontano dall’epoca dei filtri di instagram, ma non troppo vecchio per l’over epressione mediatica che era (ed in parte è ancora) cifra sostanziale di Facebook. Niccolò in questo disco è simultaneamente: la ragazza imbavagliata; il ragazzo che le tiene i capelli; il ragazzo che guarda un po’ compiaciuto e la ragazza, spettatrice anch’essa, forse un po’ in colpa, in un atteggiamento misto tra vergogna e meschinità. Ma Niccolò è anche il fotografo e l’immagine stessa. Queste canzoni sono come un leporello: si aprono a ventaglio e descrivono dall’interno cosa voglia dire vivere da ragazzo poco più che ventenne a Roma in quel preciso momento storico.

Il disco si apre con uno strumentale che, a mò di manifesto, espone tutto l’immaginario sonoro delle tracce successive: synth aggressivi, batterie sature (quasi distorte), melodie accattivanti.

Ma è con Hipsteria, seconda traccia dell’album, che questo “libro d’artista” si dispiega e si rivela in tutta la sua crudezza. Contessa autore è spietato senza perdere comunque quel senso di dolcezza che potrebbe avere una madre nel rimproverare un figlio: consapevole di aver fatto gli stessi errori e forse in potenza di poterli commettere ancora. Non si erge a giudice, non vuole essere moralista ma, piuttosto, agisce come un cronista a volte imparziale, a volte no. Tutto l’immaginario hipster dei primi anni ’10 qui viene messo un po’ alla gogna: tra Negroni (cocktail dei “giovani che si sentono giovani”), mac book pro costosissimi per scrivere i “raccontini”, i vestiti di finta pelle, il “sogno” di andare a lavorare a New York (però da American Apparel) dicendo ai genitori che a Roma si sta male, le lomo (molto di moda quegli anni), David Foster Wallace letto al parco per darsi il tono da intellettuale malinconico che va in cortocircuito con i leggins fluorescenti. Poche strofe per descrivere alla perfezione tutto un mondo certamente non particolarmente apprezzato.

Neanche il tempo di prender fiato che Door selection irrompe prepotentemente, con synth arpeggiati, batterie distorte e il mood perfetto per una serata in discoteca.

Noiosa.

Mi ha fatto venire in mente una notte di circa un anno fa: dopo una goliardica cena a base di vino e vino (e vino), io e alcuni amici eravamo pronti per andare in un famoso locale di Milano su via Padova. Fuori dal locale la scena era esattamente la stessa descritta qui: gente con lo sguardo torvo perché “è lì per scopare, non può far brutta figura”; chiacchere varie (“smetterei di fumare…”) ma soprattutto la convinzione, mia e di qualche altro con me, che dentro la situazione non sia meno avvilente che all’esterno, tra long island annacquati a 10€ e ragazzetti tamarri che ci provano con le bariste (con i soldi dei padri). Noi quella sera, sapendo benissimo cosa ci aspettasse dentro, andammo via. Per fortuna.

In Velleità Niccolò spara a zero su tutti. Ma proprio tutti tutti. Anche su se stesso. Ma con una certa dose di autocommiserazione (o forse più commiserazione per gli altri che per sé stesso, non essendo la sua professione una velleità). Espone dei clichè di, praticamente, quattro generazioni (tanto ormai si sa che le generazioni cambiano di decade in decade): i ragazzi che si sentono fotografi solo perché posseggono una macchina fotografica; i non più tanto ragazzi che suonano musica datata; i 40enni che fanno i camerieri per finanziare una carriera nel campo letterario che probabilmente non decollerà mai; i 50enni che nei corsi di teatro si portano a letto le allieve (le “aspiranti attrici che sospirano languide”) oltre a tutti ma proprio tutti quelli che hanno più interesse a mostrare ciò che fanno piuttosto che a farlo davvero. Sorrido sempre quando arriva la strofa: “i gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop, I Cani”. Non prendersi troppo sul serio? Lo stai facendo nel modo giusto.

Le coppie sembrerebbe proprio il perfetto filo conduttore tra la canzone che la precede e quella che la segue, Il pranzo di Santo Stefano. Anche qui lo sguardo di Niccolò è quello del narratore, apparentemente distaccato, come in uno scocciato volo di un drone che filma gli accadimenti normali di individui raggruppati a due a due che mancano un po’ di identità e per questo “accusati” di essere, appunto, “coppie”. Ma anche in questo caso, sorretto da un tappeto sonoro forse eccessivamente “allegro” dove la batteria incalza sempre più durante le strofe e i passaggi strumentali dei synth paiono delle grida quasi fra loro litigiose, Niccolò si prende la responsabilità di salvare dal baratro questo elenco di vite nella pratica forse “banali”, “leggere”con un quasi aggiunto tra le parole dell’inciso che ha il potere di redimere questi ordinari scenari amorosi. Rendendoli però, forse, ancora più scontati.

Apparentemente autobiografico, Il pranzo di Santo Stefano abbassa i toni esagerati delle canzoni precedenti, donando respiro al disco: numero di bpm più basso, suoni più dolci, batteria quasi assente.

Niccolò ci porta dentro questo pranzo, in quella casa, sulla sedia da lui occupata e ci conduce con calma verso l’inesorabile epilogo: un tradimento. Inaspettato.

Su Post punk vorrei dire solo questo: “vedi Niccolò la gente non è/ il mestiere che fa/o i vestiti che porta le scarpe che mette la roba che ha”. Considerato tutto l’immaginario di questo disco, partendo dalla copertina e dal titolo per poi correr giù lungo tutta la tracklist, mi sembra che questo pensiero regga e distrugga tutto allo stesso momento: l’apparenza inganna, sì, ma cosa di ciò che appare può essere riconosciuto come vero e cosa no?

Roma Nord: field recording, ovvero la pratica di registrare i suoni ambientali. Qui eseguita “al contrario”. Potremmo definirla “field revealing”, quindi lo svelamento di un ambiente tramite dei suoni prodotti artificialmente.

Ne I pariolini di diciott’anni Niccolò, che quando ha scritto questa canzone già si sarà sentito di un’altra generazione, prova a guardare dall’alto questi ragazzi che vivono tra cocaina, impennate sui motorini sicuramente truccati, scopate filmate col cellulare e modi tipici da chi proviene da una cultura tendente principalmente a destra. Il suo sguardo però, inizialmente giudicante, ad un certo punto cambia natura e punta il dito su se stesso: l’arrangiamento in questa parte sembrerebbe proprio additare, con accordi suonati sempre dalle tastiere che qui più che mai paiono chitarre distorte, Niccolò, che si chiede cosa possa invidiare di questi ragazzi, senza risposta.

Salverà anche loro, definendoli “gli ultimi veri romantici”.

Andando verso la fine troviamo due brani quasi opposti, sia dal punto di vista musicale (uno al fulmicotone; l’altro praticamente ballabile) che di testo.

In Perdona e dimentica un synth ossessivo pare sottolineare il testo come il martelletto di un giudice sancisce la sentenza di un processo. Solo che qui la seduta non viene mai tolta e si è costretti, incatenati alla sbarra, a sopportare i colpi inferti continuamente e senza possibilità di evasione. E quando sembra che ci sia una tregua, la dose viene rincarata con dei paragoni forse esagerati ma che, a ragion veduta, potremmo anche giustificare. Affondo finale: ti prego, vergognati. Un mantra solenne che non lascia scampo.

Titoli di coda con Wes Anderson. Il congedo è a colori pastello. Una quasi canzone d’amore dove l’autore prova ad immaginare la vita come in un film d’autore, dove tutto ha un gusto piacevole e i conflitti si possono affrontare in slow-motion, senza farsi davvero del male. Chapeu per esser riuscito ad inserire in una canzone pop la parola “idiosincratici”. Vorrei terminare questo articolo con l’ironia che da sempre mi contraddistingue: amo da sempre i gatti, ma I Cani sono l’unica vera nostalgia che ho.

  1. Theme from the Cameretta
  2. Hipsteria
  3. Door Selection
  4. Velleità
  5. Le coppie
  6. Il pranzo di Santo Stefano
  7. Post punk
  8. Roma Nord (feat. Cris X)
  9. I pariolini di diciott’anni
  10. Perdona e dimentica
  11. Wes Anderson
0 comment

You may also like