“Voices”_MAX RICHTER

by Luca La Duca

È un po’ di tempo che sento dire che la musica classica – qualsiasi cosa essa voglia significare – è scomparsa, nel senso che gli artisti e i compositori fanno fatica a suscitare interesse, a trovare nuovi fruitori.

Dunque, sicuramente non si tratta di una musica che sta nel dibattito, che attira il grande pubblico (e neanche il piccolo) se non gli addetti che la studiano, la eseguono o che, per qualche motivo, sono da tempo abituati ad andare a teatro.

Forse però bisognerebbe iniziare a spostare un po’ il focus verso altri orizzonti… di certo è improbabile che arrivino i nuovi Schoenberg, Webern e via dicendo. O meglio, è improbabile che questo arrivo possa agitare e scuotere la scena musicale in maniera rilevante, provocare fermento, creare discussione.

Tuttavia è ormai assodato che ci siano degli artisti, attivi soprattutto nel campo del cinema, ma non solo, dotati di un finissimo pensiero compositivo, di una loro definita estetica e progettazione strutturale, che scrivono benissimo per ensemble di vario tipo e che, seppure in maniera un po’ diversa dal passato, avvalendosi soprattutto delle nuove tecnologie, usano molto bene l’orchestra.

Parlo di autori come Max Richter, Johann Johannssonn (uno dei migliori ma purtroppo deceduto), Ryuichi Sakamoto, Alexandre Desplat e, perché no, in parte anche Hans Zimmer.

Secondo me non si può negare che loro oggi siano la novità in fatto di composizione. Peraltro la loro musica riscuote un grandissimo successo pur non affiorando spesso alla coscienza, agendo in maniera subliminale; resta comunque un fatto che essa funzioni benissimo all’interno di grosse produzioni popolari.

Un discorso simile meriterebbero gli autori della generazione precedente come John Williams, Howard Shore e simili (ed in cui rientra appieno anche Morricone): la differenza in questo caso sta nel fatto che la componente elettronica è praticamente assente e le composizioni sono puramente orchestrali, avvicinandosi così ad un sinfonismo di stampo più tradizionale.

Possiamo allora completare la mia teoria affermando che la musica classica oggi esiste, che è fortemente ibridata con il sound design e che le novità in questo campo si esplicano, in modo particolare, nel cinema.

Non so perché non sento dire la stessa cosa da molti esperti del settore; forse perché non ci hanno mai pensato o perché, più probabilmente, non sarebbero d’accordo con me. Magari non sarei d’accordo neanche io se fossi un esperto di musica classica, non so… Sicuramente è d’accordo la Deutsche Grammpohon che, negli ultimi anni, ha dato ampio spazio agli artisti sopra citati inserendo all’interno del suo catalogo numerosi dei loro lavori, forse anche per aumentare le vendite o essere un po’ più attraente, ma tant’è…  

Proprio pubblicato dalla Deutsche Grammpohon è infatti Voices, l’ultimo album di Max Richter costruito con musica e parole nello stile dello spoken word. Un disco doppio in cui, durante la prima metà, la musica accompagna voci di uomini e donne, assemblate ed editate a dovere, mentre leggono frammenti tratti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). Il secondo disco comprende invece esattamente le stesse musiche stavolta nude e pure, senza alcuna voce sovraimpressa.

È questo un stratagemma spesso utilizzato quando si mette in musica la lettura di un testo; mi viene in mente, per esempio, Brian Eno (anche lui probabilmente uno degli attuali “grandi” compositori) che qualche anno fa aveva escogitato qualcosa del genere con il disco Drums between the bells[1]: anch’esso un doppio checonteneva letture accompagnate di scritti del poeta Rick Holland e, allo stesso tempo, un secondo disco di sola musica. Un’ottima idea per chi non ha voglia di ascoltare parole e vuole semplicemente fruire dei suoni.

Proprio con i suoni Richter costruisce un mondo ideale. La carta dei diritti umani non appartiene, in fondo, a questo mondo: è fatta da uomini ma costituisce un modello di perfezione verso cui tendere. Allora anche la musica assume le caratteristiche dell’ascensione, e lo fa attraverso le procedure minimaliste, attraverso quella fissità ed immobilità che, grazie ad Arvo Part e Brian Eno stesso, abbiamo ormai imparato potere perfettamente evocare l’eterno.

Forse è tutto questo insieme che, in fondo, rischia di non funzionare appieno: la scelta della tematica, le musiche costruite con questi criteri così infallibili, di sicura resa, il tutto potrebbe anche rasentare il confezionamento, rischiare di essere un po’ paraculo. D’altronde è il pericolo che si corre quando si usano tecniche che si sa già in anticipo funzionare di certo. E probabilmente è proprio a causa di questi stessi procedimenti e tecniche minimali giudicate un po’ troppo sempliciotte che questa generazione di compositori è ritenuta di livello minore dai grandi conoscitori del repertorio tradizionale: evidentemente dovranno considerarla una musica colta a pilloline. Beh, in effetti la complessità e la perfezione del pensiero di Ravel o Debussy è tutt’altra cosa rispetto a questa scrittura così larga ed elementare, “a pallettoni”. Ciononostante esistono tanti modi per giudicare la musica e penso che, in fondo, questo disco meriti assai: molto bello il suono dell’orchestra d’archi ed il sound generale, caldo, pastoso, moderno, di evidente stampo cinematografico; bello il mix, la dislocazione dei suoni dello spazio ed il panning; molto eleganti le leggere ibridazioni elettroniche. I primi impatti soprattutto sono stati magici, al di là delle conseguenti riflessioni razionali. Direi che vale sicuramente un invito all’ascolto!


  1. All Human Beings
  2. Origins
  3. Journey Piece
  4. Corale
  5. Hypocognition
  6. Prelude 6
  7. Murmuration
  8. Cartography
  9. Little Requiem
  10. Mercy
  11. All Human Being (Voiceless Mix)
  12. Orignins (Voiceless Mix)
  13. Journey Piece (Voiceless Mix)
  14. Corale (Voiceless Mix)
  15. Hypocognition (Voiceless Mix)
  16. Prelude 6 (Voiceless Mix)
  17. Murmuration (Voiceless Mix)
  18. Cartography (Voiceless Mix)
  19. Little Requiem (Voiceless Mix)
  20. Mercy (Voiceless Mix)

[1]  Cfr. B. Eno, Drums between the bells, Warp, 2011.

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