“Storm Seeker”_ICS Vortex

by Manlio Perugini

Che lo si voglia ammettere o meno, non sono poche le band metal che hanno offerto ai loro fan vicende e stravolgimenti degni delle migliori soap opera o telenovelas. Devo dire che seguire e discutere queste vicende è da sempre un mio guilty pleasure, anche da prima che lo riconoscessi come tale. Tanto per citarne alcune, in ordine sparso: l’uscita di Max Cavalera dai Sepultura; la rottura degli Angra; Jason Newsted che lascia i Metallica dopo 14 anni; il vero e proprio divorzio di Geoff Tate dai Queensrÿche.

Da questo punto di vista, come è facile immaginare, i migliori archi narrativi provengono da quel coagulo di surrealtà che è la scena (black) metal norvegese. Quello che ho in mente oggi non è però l’ennesimo caso finito in tragedia, ma una ben più prosaica fuoriuscita di due membri da una band. L’anno è il 2009 e la band in questione risponde al nome di Dimmu Borgir. La band era in un vero e proprio stato di grazia da quasi dieci anni: dischi di ottima fattura, partecipazioni a festival internazionali e un periodo non certo roseo per gli altri contendenti al titolo, avevano di fatto garantito loro il titolo di band symphonic black metal per eccellenza.

Eppure, qualcosa non va. Nel 2009, il tastierista Øyvind Johan “Mustis” Mustaparta annuncia di essere stato licenziato dalla band, insieme con il bassista/cantante Simen “ICS Vortex” Hestnæs, sostenendo che ciò sia avvenuto in conseguenza dei suoi tentativi di veder riconosciuto il proprio lavoro creativo e facendo esplicito riferimento a strascichi legali. Vortex gli fa eco subito dopo, confermando la propria uscita e affermando che Mustis fosse stato la vera forza creativa della band nel periodo in cui ne ha fatto parte. La risposta dei “superstiti” – il cantante/chitarrista/tastierista/batterista (a seconda dei dischi) Stian “Shagrath” Thoresen e il chitarrista Sven Atle “Silenoz” Kopperud – non si fa attendere: le accuse di scarso interesse e scarsa partecipazione, di mancanza di professionalità, di prestazioni dal vivo ben al di sotto della soglia di sufficienza e di pretese ingiustificate piovono indistintamente su Mustis e su Vortex, lasciando i fan a interrogarsi non solo su come fossero in effetti andate le cose.

Personalmente, la vicenda mi aveva appassionato non poco. Soprattutto perché, dal suo ingresso in pianta stabile nel 2001, ero diventato un autentico fanboy di Vortex. Il suo timbro vocale altissimo ed estremamente pulito, e le sue linee vocali costruite su ottave differenti, arricchivano i brani dei Dimmu Borgir con intermezzi molto intelligenti ma allo stesso tempo catchy. Inoltre, stiamo parlando di un polistrumentista completo, che aveva alle spalle partecipazioni e collaborazioni a progetti quali Borknagar, Arcturus e Ved Buens Ende, forse le migliori espressioni di quella corrente nota come avant-garde metal, che avevo scoperto proprio a partire da lui.

Tali progetti erano però al momento conclusi, almeno in apparenza, o dormienti, e in nessuno di essi Vortex aveva ricoperto il ruolo del leader, o comunque non da un punto di vista compositivo. Inoltre, senza veramente ammetterlo, le parole di Shagrath e Silenoz mi avevano messo la pulce nell’orecchio: che dietro alla fantastica voce di Vortex vi fosse poca sostanza musicale? D’altronde, suonare il basso in una band black metal è un buon modo per nascondere le proprie carenze.[1]

Dopo due anni di silenzio – rotto solo da una fugace apparizione in un brano dei Borknagar – che sembravano confermare le mie preoccupazioni, quasi per caso mi imbatto nell’annuncio dell’uscita di Storm Seeker, il primo disco solista di ICS Vortex, prevista per il 22 agosto. La notizia è CLAMOROSA. Nel senso vero del termine: genera clamore nella mia testa, per cui mi dimentico completamente di quanto siano pericolose le aspettative, e nemmeno per un istante vengo sfiorato dall’idea che il disco possa essere meno di un capolavoro, figuriamoci brutto. Al punto tale che nemmeno mi interrogo sulle possibili coordinate stilistiche, sebbene ci si potesse aspettare di tutto. Ed è così che, appena possibile, mi precipito all’ascolto.

Non so se sia dovuto a un intervento divino,[2] ma l’opener “Blackmobile” si rivela da subito una traccia colossale. Il rumore di un motore V8, una linea di chitarra accennata sullo sfondo, e poi un riff furiosissimo, rigorosamente terzinato come nella migliore delle tradizioni metal, accompagnato da una batteria suonata probabilmente da un metaumano dotato di sei arti. Si tratta in realtà di Asgeir Mickelson, forse uno dei migliori batteristi sulla piazza. Un paio di battute, uno stop e il brano diviene anche più duro, sfociando addirittura nel blast-beat. Non so bene dove voglia andare, ma per ora è lecito sperare. Finalmente entra la voce, ed è subito un fiorire di armonie vocali, su un velocissimo scorrere di chitarra, basso e batteria. Il suono complessivo è abbastanza cristallino, e la melodia fa subito presa. Non solo: la linea di basso è chiaramente udibile e non si limita a doppiare le chitarre, ricavandosi anzi un proprio spazio. Ovviamente sono al settimo cielo, e riascolto la traccia più e più volte, prima di dedicarmi al resto del disco, che tutto sommato si conferma all’altezza della prima impressione. Oltre a “Blackmobile” e ad altri brani come “Odin’s Tree” e “Dogsmacked”, costruiti comunque su ritmiche sostenute, c’è spazio per altre tracce più ragionate, come “When Shuffled Off”, “Flaskeskipper” o l’eponima “Storm Seeker”. In queste ultime si affacciano sonorità provenienti dagli anni ’70, tra tremolo, riverbero e organo Hammond. Vortex stesso ha descritto l’album come “un tributo alla caduta e all’ascesa della mia specie. Una generazione di disadattati, figli di hippy e cresciuti da Satana”, ed effettivamente è un insieme di metal a cavallo tra classico ed estremo, misto a rock settantiano e a venature melodiche che guardano a tratti al folk. Quest’ultima componente si fa largo in “Skoal!”, dove il nostro si esibisce addirittura con la mouth harp.[3]

Tutto quanto è raccordato intorno alla voce di Vortex che, come si suol dire, se la suona e se la canta: è infatti autore e arrangiatore di tutti i brani, oltre a occuparsi di praticamente tutte le parti di chitarra e basso, con buona pace delle mie preoccupazioni. A proposito di “suonarsela”, vale la pena spendere qualche parola sullo stile di Vortex come chitarrista: pur essendo tendenzialmente freddi e staccati, i suoi riff e i suoi fraseggi hanno una qualità sonora molto morbida, quasi pittorica. Questa qualità, che caratterizza l’album nel suo complesso, si deve probabilmente al fatto che Vortex non utilizza il plettro ma le dita, ciò che non solo conferisce al suono la morbidezza di cui sopra, ma lascia che le linee melodiche procedano in modo meno tagliente. In un certo senso, Vortex suona come canta: la sua voce non è mai sporca o soperchiante, anche quando si spinge in cima alla propria sconfinata estensione. Entrambe queste caratteristiche rappresentano tra l’altro una potenziale direzione, non particolarmente esplorata, in ambito metal classico/melodico.

Quanto ai partecipanti al disco, sono ospiti Terje “Cyrus” Andersen, con un paio di assoli di chitarra, e di Arne Martinussen, al piano e all’organo su tre tracce, oltre al già menzionato Mickelson in veste di batterista.

La chiusura dell’album è affidata a “Submariner”, un epilogo strumentale interamente costruito sui sintetizzatori, che potrebbe essere uscito da un album dei primi Tangerine Dream.

Insomma, per quanto mi riguarda Storm Seeker è un ascolto abbastanza ricorrente, ancora a distanza di dieci anni e al di là della voce di Vortex, grazie alla combinazione di stili che riesce a mantenersi equilibrata e priva di bizantinismi.

Quanto alle telenovelas metallare, vorrei dire che ho perso interesse in vicende di questo tipo, ma la verità è che sono esse stesse a essere diventate meno interessanti.


[1] Musicali, chiaramente. Quelle umane ne risultano semmai evidenziate.

[2] Né, in caso, se dover ringraziare Iddio o gli dèi Asi.

[3] O più prosaicamente “scacciapensieri”.

  1. The Blackmobile
  2. Odin’s Tree
  3. Skoal!
  4. Dogsmacked
  5. Aces
  6. Windward
  7. When Shuffled Off
  8. Oil in Water
  9. Storm Seeker
  10. Flaskeskipper
  11. The Sub Mariner
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