“Contenta tu”_MARCO CASTELLO

by Gabriele Mellia Amari

La parmigiana di melanzane, chiamata anche melanzane alla parmigiana, è un piatto tipico italiano la cui origine si pensa possa essere siciliana, campana o calabrese. Tuttavia il termine “parmigiana” viene attribuito ad una tipologia di preparazione, tipica della città emiliana, dove delle verdure cotte (al forno o fritte) vengono disposte su più strati, alternando gli stessi con il tipico formaggio della provincia di Parma. Per la variante siciliana, invece, l’origine del termine sembrerebbe provenire dalla parola “parma” (tradotta come scudo) con la quale venivano indicate le liste di legno delle finestre persiane che, nel loro sovrapporsi una volta chiuse, ricordano il modo di comporre gli strati di questa pietanza. Sta di fatto che più o meno in ogni regione d’italia (certo soprattutto al sud e a quanto detto in Emilia), questo piatto, arricchito dalle relative varianti, può essere facilmente trovato sulla tavola di molte famiglie. Più probabile in giorni di festa e, vista la stagionalità dell’ortaggio eletto (la melanzana) e dell’altro ingrediente principale (la passata di pomodoro), in calde domeniche estive. Che le melanzane siano fritte o al forno, che al formaggio grattugiato venga aggiunta anche la mozzarella, che vi sia la presenza di uova sode (come nella ricetta calabrese) o meno, la parmigiana è un piatto che mette più o meno d’accordo tutti e, senza ombra di dubbio, anche i palati ringraziano. Poi c’è chi la mangia fetta per fetta e chi (come me) preferisce tagliarla come uno sformato; chi la ripassa in forno per far gratinare il formaggio e chi forma gli strati in una teglia e la serve anche fredda.

L’ultima volta che mi sono trovato a cucinarla è stato un agosto di alcuni anni fa, nella mia casa al mare in provincia di Palermo. Friggere con 40° all’ombra non è mai stata una buona idea, ma quando si dice “ne vale la pena”. Quella volta avevo anche la fortuna di possedere materie prime di qualità: melanzane dell’orto del nonno di M., salsa fatta da me e dalla famiglia di M. qualche giorno prima (ovviamente con pomodori rigorosamente dell’orto di cui sopra); basilico anch’esso dell’orto e il parmigiano di un casaro amico del nonno. Anche l’olio che ho usato per friggere (di oliva) era di ottima qualità. Una squadra vincente. E infatti vinsi a mani basse.

Il disco di Marco è come una parmigiana di melanzane fatta bene. Non importa quale ricetta regionale venga preferita. Contano la qualità degli ingredienti, l’amore che ci si mette nel realizzarla e la destrezza ai fornelli del cuoco. Tra l’altro Marco fa, a quanto dicono in molti (tra cui anche Colapesce nel video sul canale IGTV di Marco in occasione della promozione del singolo Cicciona), una parmigiana “incredibile”. Aspetto con ansia il momento di poterla assaggiare anche io.

Nel frattempo assaggio Contenta tu, disco d’esordio del cantautore siracusano, uscito per 42records e Bubble records qualche settimana fa.

Ed esattamente quando, dopo tanto tempo, ti ritrovi sulla tavola una parmigiana fatta bene, non si può che esclamare “finalmente!”.

Dentro questo disco c’è tutto quello che potrebbe esserci nel piatto succitato: ottimi ingredienti; amore; destrezza esecutiva; sicilia (Marco è di Siracusa, il sud del sud italia) ma anche emilia, lombardia, campania e chi più ne ha più ne metta.

Mesi fa, quando ancora si potevano fare i concerti (all’aria aperta), Marco ha suonato prima di Ginevra (la cantautrice con la quale collaboro) e, nonostante già conoscessi qualche singolo (pubblicato poco tempo prima) di questo disco, ho esordito dicendo una delle mie solite minchiate retoriche: “Marco è il Fabio Concato italiano!”. Cosa che ovviamente non ha alcun senso, ma col senno di poi mi rendo conto che un po’ di senso ce l’ha.

In questo disco si sentono un sacco di influenze e di ascolti di Marco: Fabio Concato, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè, I Vulfpeck, Mac DeMarco e probabilmente anche altri che citerò forse più in là. Questi nomi compongono la ricetta della parmigiana italiana perfetta che strizza l’occhio anche oltreoceano. Gli ingredienti di qualità sono Lorenzo Pisoni al basso e Leonardo Varsalona alle tastiere. Marco ha suonato tutto il resto: batteria, chitarre, tromba e, ovviamente le voci. Poi hanno cucinato tutto insieme al produttore Marcin Oz, fondatore insieme ad Erlend Oye (Kings of Convenience) dei The Whitest Boy Alive, nello studio berlinese di quest’ultimo, circondati da strumenti vintage anche molto rari. Quindi c’era tutto: la ricetta, gli ingredienti, la cucina attrezzata. Per l’assaggio abbiamo dovuto, ahimè, attendere due anni. La causa principale la conosciamo tutti.

Questo disco ha, secondo me, una caratteristica che ogni cantautore che si rispetti dovrebbe cercare di conquistare: quella di essere un po’ fuori dal tempo. Mi spiego.

Qualche giorno dopo la sua pubblicazione ho invitato a cena alcuni amici, tra musicisti e produttori con i quali lavoro da quasi due anni ma che conosco da molto più tempo. Abbiamo parlato molto dei dischi pubblicati nelle ultime settimane (andate a sentirvi anche l’ultimo prodotto di Venerus, nda). Il punto cruciale del nostro discorso comprendeva principalmente la mera “resa sonora” di un prodotto discografico e la sua fruibilità, nonché la sua originalità e freschezza, prendendo in considerazione scelte di produzione, strumenti utilizzati, testi e molto altro.

Cercherò di riassumere dove questo disquisire ci ha condotto: oggi, soprattutto in Italia, la tendenza di molti produttori ed autori è quella di cercare in tutti i modi di riprodurre un sound, che chiameremo “Milano sound”, che possiede delle caratteristiche più o meno precise. Tra queste caratteristiche troviamo sicuramente lo slancio verso produzioni più europee, a metà strada tra Berlino, Londra e Parigi. Se volessi fare dei nomi, tra l’altro, quasi tutti quelli che mi vengono in mente sarebbero di produttori britannici (Four Tet, Burial, A.G. Cook, i Massive Attack, ecc…).

A Milano (non solo, sia chiaro ma, come spesso si dice, Milano è forse la città più rivolta all’Europa, dal punto di vista musicale, artistico, della moda, ecc) questa tendenza è particolarmente evidente e spesso quello che si sente prodotto in Italia (quindi non esclusivamente a Milano) possiede questa caratteristica: si “somigliano” un po’ tutti. Ovviamente la mia non è una critica, perché tanto chi sa fare, rubando e non copiando, fa e se fa bene potremmo anche dire “sticazzi” che somigli a qualcos’altro. Il concetto di “essere innovativi” credo che si possa riassumere in: ruba senza che nessuno si accorga che hai rubato. Quindi analizza, reinterpreta ciò che ti ha stimolato, a prescindere che la provenienza del bottino faccia parte del tuo ambito di lavoro o no.

Marco ha rubato, certo. Si sente e non credo che lo voglia nascondere. Ma questo disco, a mio avviso, riesce finalmente a dribblare questa spasmodica necessità di somigliare sempre a qualcuno solo perché “siamo nel 2021 e la musica deve andare in quella direzione”. Contenta tu potrebbe essere uscito dieci, venti anni fa o potrebbe uscire tra 10 o 20 anni. Sarà comunque un disco a modo suo “nuovo”. Forse non “innovativo” per come viene inteso oggi, ma sicuramente non è né sarà la copia di altri 10 dischi usciti o che usciranno quest’anno, che ci piaceranno sicuramente, ma che ci faranno forse un po’ rimpiangere la sensazione magnifica che si prova quando si mangia un’ottima parmigiana di melanzane. D’estate. Al mare. Meglio se in Sicilia. E poi tutti in motorino verso una spiaggia poco frequentata, di quelle che soltanto i “locals” conoscono, a farsi il bagno con delle birrette ghiacciate nello zaino, da bere in fretta perché ci sono 40 gradi all’ombra.

Nel frattempo io mi seggo a tavola e mangio Contenta tu.

Buon appetito.

  1. Porsi
  2. Cicciona
  3. Luca
  4. Torpi
  5. Palla
  6. Marchesa
  7. Contenta tu
  8. Villaggio
  9. Addiu
  10. Dopamina
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