“Red Medicine”_FUGAZI

by Valeria Alessandri

(This is not an apology)

Se i Fugazi non si esibiscono e non producono musica dal 2002 non significa siano finiti. Perseguono, attraverso il modo peculiare della loro “recente scomparsa”, la lotta anticapitalista post-hardcore adattandola alla logica alternative-rock e all’attuale configurazione sistemica. Dal 2000 sino ad oggi, le collaborazioni esterne al gruppo intrattenute da ogni componente sono progressivamente aumentate portando i singoli membri a cimentarsi in generi musicali differenti e a sperimentare altre forme espressive (Guy Picciotto, seconda voce e chitarra, ad esempio, oltre che produrre e suonare jazz, si ritaglia uno spazio nel cinema underground). Questa loro dilagante fluidità, passeggiata dello schizo, è un atto di “r(i)esistenza” che mira, attraverso lo smembramento continuo del “corpo-Fugazi”, a proteggerne lo spirito punk originario il quale rischierebbe altrimenti di esaurirsi nel circolo vizioso di una prassi meramente nostalgica. Perché non sia presenza spettrale o spauracchio al limite del ridicolo, la macchina Fugazi deve agire da colpevole;  disattendere le aspettative della forma spettacolo storicamente riconosciuta al genere e proseguire nell’azione dissolvente dei suoni senza dichiararsi alla stampa come suono dissolto. Sarebbe forse questo l’unico modo per i “fugaziani” di continuare a connettersi anche in assenza di prossimità?

Cioè il punto della questione per loro è quello di ritrovarsi nell’emissione del suono o di provare ad immettersi nel corso delle dissonanze?

Già agli inizi la dissonanza fu presente, ad esempio, nel modo cognitivo del suono “FUGAZI”; da una parte l’acronimo usato dai soldati americani in Vietnam “Fucked up, got ambushed, zipped in” e dall’altra il riferimento cazzone al termine “fucazza”, ovvero la focaccia del sud-Italia che loro tanto amano trangugiar! Ma che minchia di mostro significante è?

Certo, alla fine degli anni ’80, per la maggior parte del pubblico, l’avvento dei Fugazi rappresentò un vero e proprio manifesto politico che «deterritorializzava» il post-punk britannico sporcandolo con l’hardcore-punk americano (non c’era tempo per simili “finezze post-strutturaliste” di cui sopra!); si compiva così, nel 1987 a Washington, il tradimento del post-hardcore. Sporco sì ma meno duro del punk anni ’70, agli inizi si costituì in una forma economico-produttiva di stampo artigianal-mercantile che a quel tempo poteva ancora trovare spazi concreti in cui attuarsi e sviluppare la sua etica.

Per intenderci, stringiamo subito il campo di indagine attorno al caso Fugazi: già in principio la loro prassi fu fortemente caratterizzata dalla dissonanza filosofica della DIY (Do It Yourself) che conferiva al loro modo di autoproduzione e autodistribuzione un’indipendenza squisitamente indigena. Questo suono però, così sottratto alla commercializzazione capitalistica, si collocava nella piccola piazza mercantile dei centri sociali e non poteva che risuonare come l’eco di oggetti specifici legati a quei luoghi. L’estetica punk sopravviveva, si adagiava nel suo habitat fortificandone le mura: non si commercia alcun merchandise, il banchetto apparecchiato durante i concerti espone dischi ad un prezzo che rispecchia quello forfettario del biglietto (da un minimo di 5 a un massimo di 10 dollari). Ancora, non si concedono interviste a magazine di cui i membri del gruppo non conoscano i contenuti, i biglietti non sono stampati in serie ma uno ad uno hand-made e non si sponsorizzano i concerti se non attraverso il passaparola.

I “fugaziani ortodossi” ricorderanno con gioia “i primi veri Fugazi”, quelli giovani, rabbiosi, scomposti e sudati sui palchi dei centri sociali; “i primi veri Fugazi autenticamente post-hardcore” rimasti fedeli alla linea punk. E di questa fede risplendono, per loro, dischi come “Repeater” (1990), “Steady Diet of Nothing” (1991), “In on the Kill Taker” (1993). Ciò che ne seguì, invece, non fu motivo di gioa fanatica ― sempre secondo loro; gli ortodossi traditi da un cambio di suono repentino. Una dissonanza imprevista che non suonava più come fosse casa.

Forse, però, a questa parte di pubblico così risentita è sfuggito qualcosa: i Fugazi nascono già come decentramento del discorso punk anni ’70 e sono figli di una «deterritorializzazione» che una volta «territorializzata» deve procedere con un nuovo spostamento. La dissonanza etica già attiva, ― ma ancora incapace di darsi ad alto volume ― che annunciava una presa di distanza da questo atteggiamento schematico del post-hardcore di inizi anni ’90, lo si poteva riscontrare già dalle prime esibizioni live. Il front-man Ian McKaye ha sempre scoraggiato il pogo violento e le risse spiegando al pubblico che si trattava di un codice comportamentale anacronistico, appartenente ad un’era hardcore-punk ormai passata. I soggetti più scalpitanti venivano invitati sul palco e rimborsati del costo del biglietto; possibile che gli spettatori non abbiano colto il messaggio?

Io sostengo, quale “fugaziana non-ortodossa”, che sino al ’93 i Fugazi si siano semplicemente accontentati di dissolvere il suono “british” dei Gang of Four in quella specie di fangosità hardcore alla Hüsker Dü. Ma quel contenitore lo avevano subito percepito stretto, soprattutto perché il mainstream, già dagli inizi dei ’90, inglobava queste sonorità aprendo la strada al riconoscimento di nuovi sottogeneri (penso al boom dei Nirvana). Allora, ― distanziandosi dall’identità sonora istituzionalizzata e alla stesso tempo prendendo spunto da quell’atteggiamento sperimentale più marcato, che comunque si aggirava nei circuiti commerciali ― la musica dei Fugazi doveva cominciare ad aprirsi ad una prassi compositiva di tipo “rizomatico”, allontanandosi progressivamente dalla localizzazione sonora dei centri sociali. E se pur la modalità dell’autoproduzione restava in piedi (grazie alla casa Dischord Records), la dimensione artigianal-mercantile sembrava già mostrare i segni di un cortocircuito che avrebbe messo in discussione l’unità identitaria del “corpo-Fugazi”, sino a configurarsi come “scomparsa” dal 2002. Era una mossa inattuale quella dei Fugazi di metà anni ’90, ma che premuniva gli effetti più lontani e destabilizzanti di un assestamento sistemico già avvenuto. Altrimenti detto, lo spirito punk avrebbe dovuto celarsi tra i passaggi da un oggetto all’altro e non rinchiudersi in un altro oggetto punk. Soprattutto se si tiene presente che il nuovo millennio avrebbe messo in crisi il modo di distribuzione dei dischi, aprendo le porte alla fulgente catena “auto-produ-dif-fruizione” della rete.

Ecco perché oggi, io, “fugaziana non-ortodossa”, consiglio l’ascolto dell’album incriminato “Red Medicine”; quello del 1995, segno storico sia della “svolta sperimentale” nei Fugazi che della rottura interna al “pubblico fugaziano”. Consiglio di ascoltarlo in una determinata posizione del corpo ma con un atteggiamento mentale basculante, lontano il più possibile da qualsivoglia reminiscenza di genere.

Magari immobili a filo d’acqua, morto a galla o a gambe in aria e testa in giù. Comunque che ci si senta sottosopra come la foto capovolta del gruppo sulla copertina del disco. Ma che si abbia sempre ben in mente il proposito nomade del percorso dissolvente: che il sopra sia cielo rosso, nel modo solido dell’ampli di Ian, a precipizio sul sotto liquido di un ricordo che fuma ancora e tu sempre in mezzo, nel movimento tra i vari stati della materia per cogliere prelievi e rigetti. Passaggi piccoli e trasversali dall’hardcore al noise, dal noise alla psichedelia rock sino al punk che si fa “art-core”!

Che tu sia nel modo del sisma ma lontano dall’attrazione epicentrica e poco interessato a fermare le cose.

Che tu possa essere nel dialogo tra la periferia e la città, tra la Guilford House nelle campagne del Connecticut e lo studio dell’Inner Ear in Virginia.

Che tu possa collocarti tra il concepimento furioso di un’idea musicale e l’assemblaggio frankensteiniano del disco.

Che tu possa posizionarti per il suono, oltre il suono, tra i silenzi.

Che tu possa resistere nel modo della scomparsa.

Tu se ascolti batti un colpo. Io ti ascolterò.

Connessi, nessuno è prossimo.

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